“Houston, we’ve had a problem”

L’11 aprile 1970 partì, dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, la missione Apollo 13

A volte un errore, un fallimento, possono approdare a un esito felice, propiziare una gloria imprevedibile. Così fu per la missione Apollo 13, la terza, nel programma spaziale NASA, che avrebbe dovuto condurre degli uomini sulla Luna. 55 ore dopo il lancio, avvenuto alle 19:13 UTC (le tre e tredici in Florida) dell’11 aprile 1970 dal Kennedy Space Center di Cape Canaveral, il personale di bordo inviò al Lyndon B. Johnson Space Center, base di controllo di tutte le spedizioni extraterrestri, un messaggio radio che, seppure tradìto non letteralmente dalla vulgata, è rimasto impresso nell’immaginario di milioni di persone: “Houston, we’ve had a problem.” Era esploso un serbatoio d’ossigeno del modulo di servizio, la spedizione doveva cessare. I tre astronauti, Jim Lovell, John L. Swigert, Fred W. Haise, Jr., si trovarono a gestire una situazione a dir poco critica, cui i telespettatori di tutto il mondo parteciparono con intensa trepidazione. Si trattava di impostare una traiettoria circumlunare, sfruttando la gravità a motori spenti (manovra detta “rientro libero”), abbandonare la navicella e riparare sul LEM, il lander d’allunaggio, capace di contenere due soli individui. Si richiedeva, a piloti ed ingegneri, di combinare calcoli matematici, previsioni sulla tenuta delle strumentazioni tecniche, stime dei parametri vitali, di gestire una complessità tortuosa, snervante. Tutto filò liscio, a riprova dell’enorme competenza ed efficienza scientifica della NASA, che riuscì a risolvere un’emergenza infida: il LEM, varcata felicemente l’atmosfera, ammarò nell’Oceano Pacifico il 17 aprile, a pochi chilometri dal sito previsto per lo splashdown, dove stazionava una portaerei. Durante le manovre di ritorno, mentre sorvolava il lato nascosto della Luna, l’Apollo 13 riuscì inoltre a stabilire il record di massima distanza dalla Terra raggiunta da un’astronave con equipaggio umano, 400.171 km. E soprattutto a entrare indelebilmente nella storia della civiltà, giovandosi anche di riprese letterarie e cinematografiche, come per il film diretto da Ron Howard nel 1995. Fu davvero, questa impresa interrotta, un “succesful failure”.