Meraviglie di Chiapas e Yucatán

Foreste tropicali, archeologia Maya, città barocche e comunità indigene: un viaggio nel Messico più genuino

Un viaggio in Chiapas e Yucatán introduce all’essenza del Messico. Dalle foreste pluviali che ammantano la penisola, protesa nel mare caraibico, ai boschi di montagna della Sierra Madre de Chiapas, si estende un paesaggio culturale dove una millenaria tradizione di civiltà pare emanare, per effusione spontanea, dalla natura tropicale, lussureggiante, in larga parte vergine, cui l’intervento antropico ha strappato scarni brani, senza riuscire a penetrarne il groviglio smarrente. Lo punteggiano città precolombiane inghiottite dalla giungla, haciendas coloniali, villaggi barocchi e comunità indigene che protraggono, da secoli, insospettabili forme di sincretismo religioso. Il Messico più antico, schiettamente ispanoamericano, verace e seducente.

Chiapas

San Cristóbal de las Casas Chiapas viaggio in Messico

Il toponimo Chiapas deriva da quello della popolazione autoctona, i chiapanecas, che abitavano il territorio dello Stato più meridionale del Messico, confinante per lungo tratto col Guatemala. Territorio accidentato, montagnoso, su cui domina la corona puntuta dell’arco vulcanico mesoamericano, nella sezione nota come Sierra Madre de Chiapas. Vi convergono, inoltre, le due ecozone del Nuovo Continente, la neartica (settentrionale) e la neotropicale (centro-meridionale), propiziando un proliferante mosaico ambientale, che alterna boschi di conifere e giogaie alpine a foreste nebulose e pluviali. Abbondano, sull’incontaminata costa del Pacifico, ampie regioni palustri, mentre la Selva Lacandona, un groviglio di 1 milione di ettari, garantisce riparo al 20 % delle specie viventi, vegetali e animali, di tutto il Paese, e dal 1994 all’Esercito Zapatista di Liberazione Nazionale, movimento di ribellione nonviolenta che rivendica il diritto all’autogoverno per gli indios. Immersi in questo lussureggiare primevo, siti archeologici Maya (su tutti Palenque, Patrimonio UNESCO), bomboniere coloniali, comunità rurali fedeli a tradizioni millenarie, piantagioni di mais e cioccolato, accolgono in un Messico intatto, remoto, dove centellinare, placidamente, la sua anima verde quetzal.

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Canyon del Sumidero

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Bernal Díaz del Castillo, cronista ufficiale di Hernán Cortés, nel suo monumentale resoconto della conquista del Messico riporta un episodio di drammatica violenza, che ricorda il suicidio di massa dei Sicarii, stretti d’assedio dai Romani nella rocca di Masada, descritto in Flavio Giuseppe. I nativi Chiapanecas, cui gli Spagnoli stavano alle calcagna, decisero di precipitarsi nel Canyon Sumidero, spiccando un volo di oltre mille metri, piuttosto che finire in mano nemica: gettandosi in questa fenditura apocalittica, apertasi 12 milioni di anni fa, in pieno Pleistocene, seguentemente erosa e vacuata dal fiume Grijalva, avranno creduto di ricongiungersi al ventre materno, alla potenza creatrice della Natura. La sua opera, in effetti, vibra tangibile, tra le maestose muraglie di calcio (secrete oltre 100 milioni di anni fa da coralli oceanici), nella vegetazione rampicante, nelle apparizioni furtive di cormorani, pellicani, cervi o coccodrilli, nel perseverante sciabordio dell’acque. Un Parco Nazionale preserva tale esuberanza di vita.

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Palenque

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Il primo europeo, un dominicano spagnolo che predicava il cristianesimo nel Nuovo Mondo, a imbattersi nell’antica città d iOtolum, che in lingua Ch’ol significa “terra dalle case murate”, ne tradusse il nome con Palenque, ovvero “fortezza”. Forse non sospettava, pur colpito dalle rovine grandiose, di trovarsi al cospetto di uno dei più importanti centri rituali Maya, prosperante dal III al VII secolo d.C., tra i più raffinati esempi del cosiddetto periodo classico, Patrimonio UNESCO. D’ammirevole equilibrio formale ed architettonico, il Tempio delle Iscrizioni serba la splendida tomba del gran signore Pakal, inumato con una preziosa maschera funebre di giada, rigidamente ieratica, oltre al secondo più esteso ciclo geroglifico della civiltà mesoamericana. Imponente, tra i vari edifici, il Palacio, dagli scenografici terrazzamenti, nel quale si nota l’influsso dello stile Río Bec, tipico di questa zona ai confini con il Guatemala.

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Cascate

Cascate Agua Azul viaggio in Messico

Il Chiapas è ricchissimo d’acque. Dalle sue montagne sgorgano polle, torrenti, innumerevoli rivi, che alimentano cinque grandi bacini idrografici, tra i quali primeggiano quelli dell’Usumacinta, lungo oltre 1100 km, e del Grijalva, noto per scavare il Canyon del Sumidero. Basta una breve passeggiata in una delle numerose foreste tropicali per cogliere un sottofondo ruscellante, uno scrosciare opaco, fresco. Le cascate non si contano. Incantevoli le Agua Azul, rosario di cateratte formate dal fiume Xanil, cui l’alta concentrazione di carbonato di calcio conferisce un azzurro ciano, tendente al ceruleo, e le Roberto Barrios, complesso di salti e pozze dove predomina il verde smeraldo, che si intona alla boscaglia circostante. Nell’estremo Sud del Chiapas, presso Tzimol un torrente impetuoso spicca, dopo varie, fragorose rapide, un balzo di 120 metri, detto El Chiflon.

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Comunità indigene

Chiesa di San Juan Chamula viaggio in Messico

Uno degli effetti più evidenti e persistenti del mestizo, l’incrocio etnico-culturale avvenuto tra le popolazioni native americane e i conquistadores spagnoli, fu il sincretismo religioso. Il cristianesimo, imposto mediante una capillare campagna di evangelizzazione, andò inglobando e assimilando i culti indigeni, uscendone mutato, con un sembiante inedito, un colorito creolo, che si esprimono tanto nelle architetture, quanto nelle ritualità. Sottesa al monoteismo cattolico, persiste una robusta fede in divinità della natura, radicate pratiche sciamaniche sopravvivono incommutabili. In Chiapas si trovano saggi significativi di questa fusione. A San Juan Chamula, piccolo villaggio agricolo, i campesini tzotzil non fanno molta differenza tra i preti e gli stregoni, che indulgono ancora a filtri e sacrifici animali (prediligendo, quali vittime espiatorie, i galliformi) di lampante discendenza Maya. Sulla piazza del mercato, una squisita chiesetta cinquecentesca congiunge, al disegno coloniale, d’una grazia fresca, pulita, elementi decorativi desunti dai glifi precolombiani. All’interno, l’unica navata non è occupata da panche, ma da uno stuolo di candele e frasche di pino. Il culto d’importazione si direbbe mera scialbatura durante il carnevale locale, il K’in Tajimoltic, corrispondente ai cinque giorni anonimi del calendario Maya, congiuntura in cui si consuma il rinnovamento cosmico: San Giovanni Battista, dondolante tra le viuzze del pueblo, sembrerebbe uscito dal Popol Vuh, piuttosto che dalla Bibbia. Incantevole, infine, il cimitero: sovrastano le tombe, prive di lapidi, crocette di vari colori, gremite da ex voto, amuleti, fiori e le immancabili ramaglie irte d’aghi secchi.

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San Cristóbal de Las Casas 

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Fondata nel 1528 col nome di Villa Real de Chiapa, capitale dello stato fino al 1892, San Cristobal de Las Casas è una deliziosa cittadina, dal nobile impianto barocco. Impreziosiscono il centro storico, un salotto raccolto, garbato, innumerevoli chiese, cenobi, palazzi gentilizi, piazzette e piccoli giardini. Da non perdere il Museo Na Bolom, nell’abitazione dove vissero l’archeologo danese Frans Blom e la moglie Gertrude, antropologa e fotografa: custodisce una stupefacente collezione di reperti e materiale documentario, oltre a incentivare programmi culturali e di salvaguardia dei Lacandòn, i Maya delle foreste chiapaneche, mai sottomessi dagli Spagnoli. Tra gli edifici di culto, s’impone, per il trionfo churrigueresco che intarsia la facciata, in biondo gesso, di viluppi vegetali e fregi tortuosi, il convento di San Domenico.

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Yucatán

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Nel 1517 un missionario francescano giunto nel Nuovo Mondo dalle contrade riarse, calcinate, di Spagna, domandò agli indigeni nudi incontrati su una spiaggia a quale popolo appartenesse la cittadella che spuntava, miraggio d’El Dorado, dalla foresta scurissima, esuberante d’una abbondanza che dovette apparire lussuriosa ad occhi abituati al giallo secco delle stoppie. “Tectetam”, rispondevano i nativi, come a dire che non potevano intendere il linguaggio degli strani venuti. Espressione corrotta poi in Yucatán, di più agevole pronuncia in castigliano. Questa etimologia rivela un tratto essenziale della penisola messicana: l’incomprensione cui approda, puntuale, ogni tentativo di carpirne il segreto. Rugoso sperone carsico, una pila di fogli di calcare sovrapposti, ammaccato in cima dal cratere scavato, 66 milioni di anni fa, dal meteorite che causò l’estinzione dei dinosauri, lo Yucatán risuona, nel suo cavo scrosciante, di quel genere di arcani accessibili solo mediante un’iniziazione lustrale. Lo stesso nome dei suoi abitanti, i Maya, rammenta, indulgendo al giuoco linguistico, il velo illusorio del mondo corporeo teorizzato nelle religioni indiane (e chi può negare la somiglianza tra talune steli di Quiriquá o Copán e le prime statue del Buddha?). La realtà – l’acqua delle origini – è sommersa, inabissata. Affiorano da essa riflessi di grotta. Il libro Maya della creazione, Popul Vuh, tratta della struttura del cosmo, e la chiama radice. L’invisibile, poiché affonda nel sottosuolo. Per attingere la verità dello Yucatán bisogna immergersi: in un cenote, la dolina di smeraldo che fora la sua pietra morbida; nel mare caraibico, di fronte alla più estesa barriera corallina dell’emisfero settentrionale; o, ancora, nel nero della giungla, che serba l’enigma sotto forma di rovine archeologiche, nell’ancheggiare del giaguaro. Bisogna accostare, tremanti, il profondo. Per capire che non lo si potrà mai penetrare.

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Siti archeologici

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La Penisola dello Yucatán conserva i più splendidi resti della civiltà Maya. Continuò a fiorirvi dopo che, nelle altre regioni del suo areale, passita già declinava. Non a caso, forse, il suo nome vuol dire, nella lingua azteca, “territorio della ricchezza”. I siti archeologici più famosi sono senz’altro Chichén ItzáUxmal, entrambi Patrimonio UNESCO: sul primo, annoverato tra le Sette Meraviglie del Mondo Moderno, domina la piramide di Kukulkan, il dio serpente ricoperto di piume, mentre il secondo vanta quella dell’Indovino, un unicum di forma ovale, consacrata al nume pluviale, Chaac. Un interessantissimo caso di sincretismo architettonico e cultuale si trova a Izamal: il convento francescano di San Antonio de Padua sorge sopraelevato, col suo atrio porticato (secondo, in tutto il pianeta, solo a quello del Vaticano) sui resti di un tempio votato alla suprema deità Maya, Itzamnà.

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San Francisco de Campeche

Le più belle città coloniali del Messico Campeche

Merita, rimanendo geograficamente nello Yucatán, ma sconfinando geograficamente nel Campeche, un altro Patrimonio UNESCO, San Francisco de Campeche, importante porto marittimo che gli Spagnoli stabilirono, nel 1540, su una preesistente città Maya, Can Pech. Più che di missionari gesuiti o francescani, di austerità conventuali o maestà gentilizie, il suo centro coloniale, vivace di colori accesi, tinnuli, parla dei frequentissimi attacchi pirateschi subiti dalla città sin dalla nascita. Ciò convinse le autorità a cingerla di un poderoso sistema di fortificazioni, dalla pianta complessivamente esagonale, di cui affidarono la progettazione, nel 1686, all’ingegnere militare francese Louis Bouchard de Becour. Il risultato si accorda a una tipologia urbana che, sebbene con gradazioni e sfumature, si rintraccia omogenea in tutta l’area del Golfo del Messico e del Caribe, dalla Louisiana al Venezuela: frammisti al nucleo ispanoamericano, barocco, s’indovinano tocchi francesi, inglesi, addirittura olandesi.

Merida

Le più belle città coloniali del Messico Merida

Fondata nel 1542 da Francisco de Montejo de León sulla costa settentrionale dello Yucatán, di cui è capitale, Mérida si fregia dell’epiteto di “Ciudad Blanca”, dovuto al lucore pulito, calcareo, di molti suoi barrios. Se ovunque si percepisce un sottofondo barocco, qui l’anima coloniale s’andò arricchendo di elementi neoclassici, liberty, modernisti, generando una sintesi di pregevolissimo ordito. La cattedrale di Sant’Ildefonso, edificata tra 1592 e 1598 usando molto materiale di risulta sottratto ai templi Maya di T’ho, è la più antica di tutta l’America continentale.

Ria Celestun

Ria Celustn UNESCO Riserva Biosfera Yucatan viaggio in Messico

La costa yucateca, specie nel settore affacciato sul Golfo del Messico, più basso e pianeggiante, è soggetta a frequenti impaludamenti. I cicli tidali la sommergono regolarmente, creano ambienti anfibi, ecosistemi lagunari. Intorno a Celestún, villaggio di pescatori d’origine tardo settecentesca, tutto un reticolo di stagni salmastri e pozze limacciose, di dune e cordoni di sabbia alternantisi a radure savaniche, ricade nella Riserva della Biosfera Ria Celestun. Vi prosperano le mangrovie, attecchendo con ispidi grovigli. Questo territorio selvaggio rappresenta l’habitat di numerose specie animali. Ogni anno, da dicembre a febbraio, circa 30 mila fenicotteri lo raggiungo per riposare, rifocillarsi, riprodursi. Tra i mammiferi si segnalano, per rarità, il tapiro, la scimmia ateles e il giaguaro. I bracci acquatici ospitano tartarughe embricate, caretta caretta e il coccodrillo americano, così come una variegata fauna ittica, fonte di sostentamento per i locali. Assai simile, per peculiarità paesistiche ed ecologiche, la Riserva della Biosfera Rio Lagartos, vicino a Merida.

Ria Lagartos Biosphere Reserve

Il “jipijapa”

Ormai tutti lo conoscono come panama, giacché, all’inaugurazione del Canale transoceanico, il Presidente Roosevelt, sull’esempio degli operai che lo indossavano per ripararsi dal solleone equatoriale, lo sfoggiò davanti ai media internazionali: il nome più antico del cappello in paglia bianca, dichiarato Patrimonio Immateriale dall’UNESCO, è in realtà jipijapa, lo stesso di un cantone ecuadoregno che eccelle nella sua manifattura. Già i conquistadores ne attestarono l’utilizzo, nell’intero bacino mesoamericano e caraibico, da parte degli indigeni. Becal, minuto villaggio nel cuore dello Yucatán, brilla per una produzione artigianale di panama di altissima qualità.