Il Messico di Frida Kahlo

I luoghi e le opere di Frida Kahlo per fare ingresso nell’anima del Messico e dell’arte del 900

Il Messico di Frida Kahlo
Frida Kahlo in posa col suo Autoritratto come Tehuana (1943), credits by www.museofridakahlo.org.mx

Frida Kahlo e il Messico. Un’endiadi. Iniziamo con un giudizio di Diego Rivera, il grande pittore muralista che la sposò due volte (nel 1928 e nel 1940, dopo il breve divorzio del 1939), il “grosso rospo”, il marito protettivo, il bambino pingue bisognoso di affetto, quello mai nato, il “Diego. io / Diego. universo / Diversità nell’unità” che, nonostante i tradimenti raffigurati nei dipinti come devastanti coltellate (cfr., Qualche colpo di pugnale, 1935), per un moto spontaneo sapeva far posare la “leggiadra colomba”, – dando quiete alle sue ali fisiche incapaci di sostenere il desiderio di volare innato nella sua anima, in ogni anima -, nel circolo de L’amoroso abbraccio dell’Universo (1949), il grembo di Cihuacoatl, la Dea Madre azteca, l’identità degli opposti, dolore e piacere, tenebra e luce, luna e sole, la vita nella morte e la morte nella vita, dualismo costante nella sua intera opera, così arcaica, radicata nelle cosmologie precolombiane quanto le agavi e i cactus nei terricci di cenere e sale. Sul “Mexicanismo” di Frida, Diego scrisse: “critici di diversi paesi hanno definito la pittura di Frida Kahlo come quella più penetrante e più tipicamente messicana del momento. Con questo giudizio sono completamente d’accordo. […] Tra i pittori affermati sul mercato artistico, che fanno parte della sovrastruttura dell’arte nazionale, Frida Kahlo è l’unica a collegarsi direttamente, senza ipocrisie e pregiudizi estetici, a questa pura produzione d’arte popolare interessata alla cosa in sé.” Il riferimento è alla tradizione pittorica del meticciato messicano, frutto dell’incontro tra il sostrato precolombiano e la cultura spagnola, quella delle icone votive e degli ex-voto, stilizzata, aprospettica, simbolica, didascalica, ancorata alle esperienze elementari, ai misteri elementari.

Autoritratto al confine tra Messico e USA Frida Kahlo
Autoritratto al confine tra Messico e USA, 1932

Nella Città del Messico delle avanguardie artistiche, la Kafkatitlan che attirava intellettuali di mezzo mondo, del livello di Majakovskij ed Artaud, l’unico luogo del pianeta “istintivamente surrealista”, come lo definì Breton, assiduo frequentatore con la moglie Jacqueline Lamba della coppia Kahlo-Rivera, Frida rimase genuinamente, ingenuamente messicana: “pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni”. Certo, con una consapevolezza ideologica e culturale novecentesca, di matrice marxista, che la portò ad analizzare e tematizzare le contraddizioni della civiltà capitalistica, grazie anche ai viaggi negli USA, dove si trovò in bilico tra due mondi, quello antico, cosmico, del Messico, e quello industrializzato e allucinante dei gringo. Non a caso Frida, a Parigi, rimase disgustata dai surrealisti europei, “così maledettamente intellettuali e decadenti”: nell’Europa dominata dal nazifascismo si era reciso il cordone ombelicale tra l’uomo e l’universo, scissi e comunicanti solo nell’algida tangenza del dominio tecnico-scientifico. Frida Kahlo è stata una donna del XX° secolo, eppure, forse proprio in virtù della sua femminilità esibita con orgoglio e dignità, una figlia ancora in grado di avvertire il flusso vitale, materno, della terra, materia, madre, In primis la sua, il Messico, con l’humus stratificato e tumido di “tezontle”, lavico, nero e ferroso, da cui affiorano pietre porose, idoli indi della fertilità, fiori simili a pesci che si tramutano in uccelli. Un repertorio di immagini e simboli volutamente arcaici, che ora si stagliano, ora si confondono, tra le macerie del presente. Non una riesumazione nostalgica, ma il tentativo rigoroso di rintracciare uno stile figurativo e un fine narrativo. Una donna emancipata e fragile, icona pop dall’aspetto matriarcale. La storia familiare della pittrice (cfr. I miei nonni, i miei genitori e io1936) fa della sua geneaologia un concentrato dell’identità messicana che si affaccia all’età moderna.

Frida Kahlo i Miei nonni i miei genitori e io
I miei nonni, i miei genitori e io, 1936, credits by hispanismo.blogspot.com

Venuta alla luce nel 1907, nonostante il cambio di data ufficiale col 1910, voluto in modo da porre i propri natali sotto l’auspicio di libertà della Rivoluzione messicana di Emiliano Zapata e Pancho Villa, nel ramo materno di Frida confluiva il sangue di generali spagnoli e nativi della Morelia, mentre da parte paterna le origini si ricollegano a una stirpe di ebrei ungheresi immigrati in Germania. Il Vecchio e il Nuovo Mondo, la componente più sedimentata della “raza”, che qui, osserva Pino Cacucci ne La polvere del Messico, non è solo un concetto etnico o genetico, bensì la ricerca accorata di un’identità comune, spirituale, che tenga assieme tutte le stirpi e culture di un popolo variegato, distribuito su un territorio immenso, e l’innesto della recente immigrazione europea.

La tappa iniziale del viaggio nel Messico di Frida Kahlo non può che essere Coyoacán, il sobborgo barocco della capitale eletto nel XVI° secolo da Hernan Cortés a propria dimora definitiva, un tranquillo quartiere dal variopinto aspetto coloniale fulcro, a partire da fine 800, di una vivace scena bohémien che espresse l’Estridentismo e animava le viuzze squillanti di giallo e di rosso, l’ombra fresca del Jardín Hidalgo, le piazzette chiuse da incantevoli chiese barocche. La Casa Azul, alla lettera “casa azzurra”, è la luminosa dimora dell’infanzia di Frida dove lei, alla morte dei genitori, nel 1941, tornò con Rivera, creando un cenacolo artistico frequentato da personalità come Sergei Eisenstein, Nelson Rockefeller, George Gershwin, Maria Felix.

Frida Kahlo Casa Azul
La Casa Azul, sede del Museo Frida Kahlo

Un edificio basso e accogliente, tradizionale e semplice, disposto intorno a un fresco giardino tropicale, che dal 1958 ospita il Museo Frida Kahlo: tra le stanza dell’abitazione, sospese nel sole delle vetrate, odorose di vernice, di legno e ricordi, si ammirano alcuni dei quadri più famosi di Frida qui dipinte, ad esempio Ritratto di mio padre Wilhem Kahlo (1952) e Viva la Vida (1954), oltre a opere del marito, Paul Klee, Marcel Duchamp e Yves Tanguy. Le mobilie e le suppellettili della vita quotidiana, dal letto in cui Frida eseguiva le sue tele alla carrozzina sulla quale fu costretta negli ultimi anni, si alternano a numerosi reperti archeologici precolombiani, tolmechi, atzechi e ttatilco, e manufatti artigianali provenienti da varie regioni del Messico, raccolti ai fini dell’indagine etnologica funzionale alla formulazione di codice estetico. Una collezione eccezionale di testimonianze preispaniche costituì il motivo ispiratore del Museo Diego Rivera Anahuacalli, ospitato nel possente edificio in pietra vulcanica che lo stesso Rivera progettò, ispirandosi all’architettura dell’antico Messico, per alloggiare i 60 mila pezzi che intendeva donare quale lascito alla nazione. Si tratta di una Città delle Arti polivalente, a brevissima distanza dalla Casa Azul.

Frida Kahlo Museo Diego Rivera Anahuacalli
Un’immagine del Museo Diego Rivera Anahuacalli, credits by www.museofridakahlo.org.mx

Sempre nei paraggi è imperdibile la Casa Museo Leon Trotsky, il rivoluzionario sovietico che, giunto da esule in Messico nel 1929 insieme alla moglie Natalia Sedova, fu accolto dall’intellighenzia di Coyoacán, al punto da essere effigiato da Rivera in un dipinto murale del 1934 come autentico erede di Karl Marx e Friedrich Engels. E non solo. Infatti Trotsky intrecciò una relazione sentimentale con Frida che, a flirt concluso, gli donò uno splendido autoritratto in cui ha le fattezze di una farfalla color panna. Nel giardino si trova la tomba del dissidente, assassinato nel 1940. L’unica epigrafe del cippo funerario sono la falce e martello, che anche Frida portava cucite sul reggipetto del suo vestito da piccola sposa.
Prima di trasferirsi alla Casa Azul, Diego e Frida abitavano nella casa studio del barrio di San Juan, confinante con Coyoacán nella zona Sud di Città del Messico. La struttura, uno dei primi esempi in Centro America di architettura funzionalista, progettata nel 1931 da Juan O’Gorman, simboleggia, con le sue linee pulite e ordinate, l’unione sentimentale e il sodalizio artistico della coppia: due componenti distinte, quella bianca per Diego e quella azzurra, evidente il riferimento all’universo natale, per Frida, tenute insieme da elementi di raccordo, in primis il ponte che collega le terrazze sotto la volta del cielo, in un tutto inscindibile che non soffoca le parti, ma ne è come l’espressione interiore.

Casa Museo Studio Diego Rivera Frida Kahlo
La Museo Casa Estudio Diego Rivera y Frida Kahlo, credits by www.estudiodiegorivera.bellasartes.gob.mx 

Il complesso è sede del Museo Casa Estudio Diego Rivera y Frida Kahlo, un interessante percorso espositivo che attraversa i vari ambienti della costruzione e le opere raccolte. Rimanendo a San Juan, il suo mercato fu teatro nel 1926 dell’incidente tra l’autobus e un tram che assestò un grave colpo al fisico e alla colonna vertebrale di Frida Kahlo, già minato alla nascita. Fu questa la causa probabile degli aborti che le impedirono di diventare madre. Altri due musei della capitale sono importanti in un itinerario legato a Frida Kahlo. La Galeria de arte mexicano de Ines Amorprima galleria privata del Messico, dove il 17 gennaio 1940 venne organizzata la mostra Surrealismo Internazionale, organizzata da André Breton, dal poeta peruviano César Moro, dal pittore austriaco Wolfgang Paalen e dall’artista francese Alice Rahon. Frida, agli albori della celebrità, vi prese parte.
Fondamentale è poi il Museo Dolores Olmedo, a Xochimilco, quartiere dichiarato patrimonio UNESCO grazie ai giardini acquatici che rendono famosi i suoi laghetti da almeno 800 anni, cioè da quando il primo signore della cittadella, Acatonalli, creò degli ingegnosi orti galleggianti, le “chinampas”, ricavati in isole artificiali formate da armature di legno e fibre intrecciate che venivano riempite di fanghiglia e terriccio. La ricca filantropa da cui prende nome l’esposizione, alloggiata nell’hacienda di fine XVI° che acquistò nel 1962, era amica di Frida Kahlo, Rivera e della sua prima moglie, altra pittrice, Angelina Beloff, e accumulò nel corso degli anni la più grande collezione esistente al mondo di quadri della coppia, intorno ai 150.

Frida Kahlo Dolores Olmedo
Un esemplare di Xoloitzcuintles nel Museo Dolores Olmedo

Le sale esibiscono i principali dipinti di Frida, nonché una ricca galleria di arte precolombiana e coloniale. Nel prato del chiostro centrale impigriscono esemplari di Xoloitzcuintle, un’antichissima razza canina messicana che, nella mitologia azteca, coadiuvava il messaggero del mondo sotterraneo di Mitclan, Xolotl, a scortare i morti nell’al di là, raffigurata spesso nelle tele di Frida, insieme ad altri animali endemici del Messico, proprio nel loro ruolo di guardiani del confine infero. Non va dimenticato che altre opere di Frida Kahlo sono esposte all’interno del Museo Nacional de Arte (Munal), nel centro storico di Città del Messico, un tessuto intricato di quasi 700 isolati e 1500 palazzi di pregio architettonico, patrimonio UNESCO.
Una visita a tema Frida del “Monstruo”, come i suoi abitanti chiamano la megalopoli, non può dirsi completa senza altre tappe. Ad esempio il trionfale ciclo di affreschi murali eseguiti da Diego Rivera nelle gallerie del cortile centrale del Palazzo Nazionale, sulla piazza del Zocalo, che raffigurano la storia messicana dal 1520 al 1930:  nella stazione intitolata Ballata della Rivoluzione Frida, in camicia rossa e mentre distribuisce armi, campeggia al centro del gruppo proletario dell’esule cubano Antonio Mella, il compagno di Tina Modotti,  la fotografa, anch’essa ritratta, che fu importante protagonista femminile, al pari di Frida, di questa fervida stagione storico-culturale (a lei abbiamo dedicato un articolo monografico). Notevoli anche i murales dell’Antiguo Collegio De San Ildefonso, cui Rivera lavorò quando ospitava l’Escuela Nacional Preparatoria, teatro di incontri romantici tra i due innamorati. Da non dimenticare, a Coyoacán, il tranquillo e rilassante Parque Frida Kahlo.

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La Cattedrale di San Francesco a Cuernavaca

E’ ora di lasciare la capitale in cerca di altri luoghi legati alla donna più famosa nella storia del Messico. Scendendo a Cuernavaca, la capitale dei Morelos, famosa come città dell’eterna primavera fin dall’epoca azteca, quando i sovrani la elessero per secoli a luogo di villeggiatura, si incontra un’autentica chicca, nascosta nel dedalo barocco-coloniale di raro incanto in cui anche Diego e Frida, nei primi anni della loro relazione, erano soliti passeggiare: nel 1961 l’artista statunitense Robert Brady divenne proprietario della Casa de la Torre, porzione di un convento addossato alla Cattedrale, e vi collocò oltre 1300 pezzi da esposizione. Questa dimora museo eclettica e colorata, vivacissima, vanta un noto Autoritratto con scimmia dipinto da Frida nel 1945.
Verso Est, invece, Tlaxcala possiede un Museo de Arte che raccoglie sei quadri giovanili di Frida Kahlo, realizzati tra 1923 e 1927, importanti per comprendere le prime fasi della sua carriera. Notevole il Ritratto di Miguel N. Lirascrittore appartenente al gruppo di studenti universitari di idee socialiste dei “Cachuchas”, cui la stessa Frida aderiva, così chiamati dal nome del cappello a visiera che indossavano.
Chiudiamo con due luoghi che, per il fatto di ricollegarsi alle origini più remote della “raza”, erano amati da Frida. Il primo è Teotihuacan, il “luogo degli dei”, patrimonio dell’UNESCO e principale sito archeologico mesoamericano: le due piramidi del Sole e della Luna, rispettivamente  Quetzacoatl e Quetzal-Papalotl, racchiudono i principi opposti della vita che sono il tema cruciale di tutta la riflessione estetica ed esistenziale di Frida.

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I costumi tradizionali di Tehuantepec, indossati spesso da Frida

Finale a  Tehuantepec, secondo centro della regione di Oaxaca, fulcro dell’antica cultura zapoteca e di una remota società matriarcale di cui la pittrice apprezzava i variopinti costumi femminili, indossati in tanti autoritratti, immortalati anche da scatti fotografici eseguiti da Tina Modotti nella fiera di Juchitan.
Origine e smarrimento, mito e storia, vita e morte, dolore e passione. Questo ed altro, inesauribile più dell’amore, il Messico di Frida Kahlo… Viva la Vida!