Il padre della letteratura latinoamericana

Il 23 aprile 1616 morirono tre scrittori immensi, tra cui il primo grande autore del Sud America

Il 23 aprile 1616 le Muse piansero lacrime amare. In un solo giorno, tre dei più grandi scrittori di tutti i tempi, le cui opere decantano, nella sua purezza, lo spirito torbido, circonvoluto, il dramma fosco, l’ansia tragica dell’età barocca, terminarono il loro viaggio terreno. Perciò l’UNESCO ha scelto questa data come Giornata mondiale del libro e del diritto d’autore, celebrata dal 1966. Nelle Midlands inglesi spirò il padre del teatro moderno, William Shakespeare, a Madrid quello del romanzo, Miguel de Cervantes, e poco più a mezzogiorno, nella moresca Cordova,  si spense Garcilaso de la Vega, il primo grande autore di letteratura latinoamericana, nonché, si ritiene, il primo esponente biologico del mestizo: nato a Cusco, la capitale-ombelico dell’Impero Inca, da un conquistador e dalla principessa Chimpu Ocllo, erede delle più importanti famiglie aristocratiche, parlava fluentemente sia spagnolo che quechua e rivendicava, orgoglioso, il suo status etnico, ancora discriminato, in sede ufficiale, dalle autorità iberiche, tanto da adottare il soprannome El Inca. Ventunenne, si trasferì nel Paese paterno, dove trascorse tutta la vita. Nel cuore gli rimasero le contrade natie, gli altopiani andini, la cultura maestosa, ieratica, di cui era figlio, e che descrisse col suo capolavoro, i Commentari Reali degli Inca, editi nel 1609 a Lisbona. Vi si coglie, espressa in uno stile maturo, forbito, saldo, l’aurora di una civiltà sorgente: in spagnolo, Garcilasco intreccia la storia locale, il mito precolombiano, con la visione del mondo dei colonialisti, ibrida due universi distanti, testimonia il loro compenetrarsi che, precoce, andava partorendo una umanità nuova e insieme antichissima. La struggente, passionale, nostalgica umanità latinoamericana.