I mammiferi a rischio d’estinzione

Dalla Cina al Canada, un viaggio all’insegna della salvaguardia ecologica, in difesa degli animali minacciati dall’uomo e dai mutamenti climatici e ambientali

Viaggiare è, in prima istanza, un momento di educazione. Il movimento progettato e consapevole nello spazio nacque così, come ricerca dettata dalla curiositas geografica e storica, dall’esigenza di conoscere la Terra, i suoi paesaggi, i suoi abitanti, le differenze e i tratti comuni, al fine di comprendere il proprio ruolo, particolare, in essa, globale.

Una delle peculiarità del nostro pianeta che, viaggiando, appare più lampante, è la biodiversità, cioè la presenza di vari esseri viventi, nei loro ecosistemi, o habitat, di riferimento. Se la sua composizione non è uniforme (si pensi che foci fluviali, barriere coralline e foreste pluviali, pari al 6% della superficie terrestre, danno ricetto al 50% dei viventi) e muta continuamente, secondo processi genetico-evolutivi, in corso da 3,5 miliardi di anni, per cui innumerevoli specie sono scomparse (estinzione) ed altre emerse (speciazione), l’espandersi indiscriminato della civiltà umana le sta infliggendo danni incomparabili, causati da mutamenti climatici, dall’antropizzazione degli ambienti naturali, dalla caccia spietata.

Il rischio di questa deriva, alla quale si oppongono, dalla metà del XX° secolo, apposite strategie scientifiche e convenzioni politico-istituzionali (a partire dal Man and Biosphere dell’UNESCO, avviato nel 1968), è capitale: oltre alle questioni etiche, l’attività distruttiva di cui l’uomo è responsabile rischia di compromettere definitivamente la possibilità stessa della vita sulla Terra, devastandone gli equilibri e la capacità, derivante proprio dalla biodiversità, di reagire e assorbire mutamenti improvvisi. Per quanto anche da cacciatore-raccoglitore e da agricoltore intrattenesse rapporti conflittuali con gli altri animali, lo squilibrio determinato dalla rivoluzione industriale ha accelerato esponenzialmente la scomparsa biologica delle specie, con la prospettiva concreta di determinare, per via artificiale, la sesta estinzione di massa.

Red List IUCN

Lo IUCN (International Union for the Conservation of Nature), ONG con sede svizzera impegnata nella salvaguardia della biodiversità e nella sensibilizzazione ecologista, stila una Lista Rossa (IUCN Red List of Threatened Species), il più autorevole archivio internazionale sullo stato di conservazione delle specie viventi vegetali e animali, cui collaborano gratuitamente oltre 13.000 scienziati ed esperti, punto di riferimento fondamentale soprattutto per quelle a rischio d’estinzione. La classificazione, che nell’edizione 2012, la sesta, ha incluso 63.837 specie (di cui 19.817 a rischio), prevede 9 categorie, dedotte da criteri quali il tasso di decrescita, la dimensione della popolazione, l’area di distribuzione e la sua frammentazione: si va dalla NE (Not Evalueted), per le specie ancora carenti di dati sufficienti, alla EW (Extinct in the Wild) ed EX (Extint), cioè estinte a livello selvaggio o estinte del tutto.

Per quanto riguarda le Threatened Categories, abbiamo specie vulnerabili (VU, Vulnerable), specie in pericolo (EN, Endangered) e specie a rischio critico (CR, Critically Endangered), distinte seguendo complessi criteri e requisiti incrociati.

 Le categorie della IUCN Red List (fonte IUCN)

Le categorie della IUCN Red List (fonte IUCN)

Numerosi, circa un quarto del totale, risultano anche i mammiferi a rischio d’estinzione (la Zoological Society of London redige un elenco dei cento più minacciati). Ancora una volta l’uomo (una delle sue circa 4500 specie stimate) è il motore principale di una serie di stermini inediti allo stato naturale. Emblematico il caso di molti superpredatori (o predatori alfa), quegli animali carnivori posti in cima alla catena alimentare di un determinato habitat, quindi privi di nemici in grado di sopraffarli: per fare due esempi, all’inizio del ‘900 si contavano circa 100 mila tigri, oggi ridotte intorno ai tremila individui, mentre i rinoceronti, 160 mila nel 1970, in poco meno di un cinquantennio sono scesi a qualche migliaio, con le specie asiatiche scemate a sparute decine.

Viaggiare diventa, dunque, un’urgente questione, una presa di coscienza, una costruzione di sensibilità e rispetto. Nel nome della vita.

Panda gigante (Cina)

Nome scientifico: Ailuropoda melanoleuca
Areale: Sichuan (Cina centrale)
Esemplari: 1.500/2.000
Rischio: VU (Vulnerable) IUCN 3.1

Il tenerissimo e goffo Urside, scelto nel 1961 come simbolo del WWF, un tempo era diffuso in tutto il Sud Est della Cina, oltreché negli attuali Myanmar e Vietnam settentrionale. L’espansione antropica e la deforestazione massiccia hanno drasticamente ridotto l’areale di un animale che necessita di 38/40 kg giornalieri di bambù, relegandolo a 23 mila kmq, a macchia di leopardo, nelle vallate del Sichuan. Alla sua vulnerabilità contribuiscono anche la scarsa propensione riproduttiva e la frammentazione in gruppi ridotti, coi connessi problemi genetici. Un viaggio in Cina permette di incontrare i panda giganti, presso la zona di Chengdu, città capitale del Sichuan: l’area faunistica no profit Chengdu Panda Base ne ospita una cinquantina, mentre programmi di volontariato, rispettivamente di uno o due giorni, sono accessibili alla Bifengxia Panda Base (1 ora di bus da Chengdu) e alla Dujiangyan Panda Base (150 km da Chengdu), dove l’interazione con gli animali è ancora più stretta e, nei cui paraggi, si visita il Patrimonio UNESCO del sistema idraulico Dujiangyan, risalente al 250 a.C., e del Mount Qingcheng, luogo di nascita del Taoismo.

Orango del Borneo (Malesia)

Nome scientifico: Pongo pygmaeus
Areale: Isola del Borneo (Malesia, Indonesia e Brunei)
Esemplari: 54.000
Rischio: CR (Critically Endangered)IUCN 3.1

L’Orango del Borneo, una delle aree mondiali a più alta biodiversità, corre seri rischi, a dispetto di una popolazione di oltre 50 mila esemplari, ben più consistente rispetto a quella di altri mammiferi in pericolo. Fattore critico non è solo lo sfruttamento forestale, ma anche la caccia di frodo: un recente articolo del National Geographic testimonia di una ricerca internazionale che attesta come tra il 1999 e il 2015 sono morti circa 150 mila oranghi. Inoltre, dei 64 gruppi censiti sull’isola, solo 38 si compongono di almeno 100 individui, cifra necessaria per l’autosufficienza e la sopravvivenza. Non se la passano meglio le altre due specie di questa famiglia di Ominidi: l’Orango di Sumatra si aggira tra i 14 e 15 mila esemplari, mentre quello di Tapanuli, insediato sulla stessa isola, intorno al lago Toba, è la grande scimmia più rara, con solo 800 individui in natura. Il Semenggoh Wildlife Centre  accoglie una trentina di oranghi, tra i quali cuccioli rimasti orfani, nel loro ambiente forestale: imperdibile durante un viaggio in Malesia.

Tigre (Asia)

Nome scientifico: Panthera Tigris
Areale: Subcontinente indiano, Sud Est Asiatico, Estremo Oriente russo
Esemplari: 3.000/4.000
Rischio: EN (Endangered) IUCN 3.1

Un ecosistema è paragonabile a una catena. La consunzione o eliminazione di un suo anello ne compromette l’integrità, con una ricaduta generale di effetti su tutti gli altri. Non solo. Più l’anello occupa una posizione “forte”, ovvero la cuspide della piramide alimentare, più i cambiamenti saranno radicali e devastanti. Nel caso della tigre, il più grande dei felidi, che conta sei sottospecie viventi, i danni si profilano minacciosissimi: cessando, la sua attività predatoria non esercita un controllo numerico sui grandi erbivori; questi, a loro volta, sconvolgono la fisionomia delle aree vegetali, obbligando molti organismi più piccoli, insetti in primis, ad eleggere a dimora i campi, probabilmente a detrimento delle colture. Decimate del 95 % rispetto all’inizio del XX° secolo, le circa 4 mila tigri superstiti allo stato brado si concentrano nel Sud Est Asiatico, tra India, Indocina, Cina, oltre alla popolazione della sottospecie siberiana, concentrata tra i fiumi Amur e Ussur, nell’estremo Oriente russo. Nel corso di un viaggio in Thailandia, una puntata al  Tiger Kingdom di Phuket dà la possibilità di avvicinare e coccolare vari tipi di tigre, mentre un Night Safari allo Zoo di Taping, Malesia, regala adrenalinici avvistamenti notturni. Assai raro l’incontro in natura.

Rinoceronte di Sumatra e nero (Africa e Asia)

Nome scientifico: Dicerorhinus sumatrensis (Rinoceronte di Sumatra); Diceros bicornis (Rinoceronte nero)
Areale: Sud Est Asiatico (Rinoceronte di Sumatra); Africa meridionale (Rinoceronte nero)
Esemplari: 200/300 (Rinoceronte di Sumatra); 4.000/4.500 (Rinoceronte nero)
Rischio: EN (Endangered) IUCN 3.1

Quando apparvero, nell’Eocene medio (all’incirca tra i 55 e i 39 milioni di anni fa), i Rinocerontidi erano diffusi in tutta l’Eurasia, in America e in Africa. Estintisi, per motivi climatico-ambientali, la maggior parte di generi e specie, i rinoceronti moderni si distribuiscono tra continente nero e Asia. Nel primo persiste un genere, quello dei Dicerotini (alla lettera con due corni), suddiviso in due specie: se il rinoceronte bianco (o meglio, la sottospecie meridionale, dato che il settentrionale è probabilmente estinto in natura), ridottosi a 25 esemplari a fine ‘800, si è notevolmente ripreso grazie a tempestivi programmi di salvaguardia, quello nero, che a inizio ‘900 prosperava a centinaia di migliaia, si avvia mestamente alla soglia dell’estinzione. In Asia abbiamo due generi, i Dicerorhini, che include la specie di Sumatra, della quale rimangono meno di 300 esemplari, a macchie discontinue, tra Malesia e Indonesia, e i Rhinocerotini (con un solo corno), di cui la specie di Giava, un tempo la più consistente d’Asia, rappresenta forse il mammifero più raro in natura.  con una sessantina di esemplari relegati nel Parco Nazionale di Ujung Kulon, Patrimonio UNESCO. I motivi della carneficina denotano una futilità sconcertante: dai corni si cavano i manici del tradizionale pugnale yemenita Jambiya e, triturati, secondo la medicina cinese, che foraggia il mercato nero e il bracconaggio, eserciterebbero prodigiose virtù in pozioni terapiche e afrodisiache. Dove vedere i rinoceronti? Un viaggio safari in Africa Australe rappresenta la scelta migliore.

Leopardo dell’Amur (Cina, Corea e Russia)

Nome scientifico: Panthera pardus orientalis
Areale: Regione tra Russia, Cina (Manciuria) e Corea del Nord
Esemplari: 60/100
Rischio: CR (Critically Endangered) IUCN 3.1

Il felino più raro del mondo resiste sull’abisso dell’estinzione a piccoli, piccolissimi passi: la ventina di esemplari censiti nel 2007 è salita a 60 nel 2016, per superare la soglia dei 100 nel 2018. I pericoli, per il Leopardo dell’Amur, restano elevatissimi. Il suo areale s’è circoscritto alle foreste di taiga che ammantano i rilievi al confine tra Russia meridionale e Cina (dove nel 2012 è stato istituito il Land of the Leopard National Park), e si contano sporadici avvistamenti tra le montagne della Corea del Nord. Se incontrarlo risulta, per motivi statistici, improbabilissimo, mettersi sulle sue tracce sfuggenti, elusive, può costituire un’ottima scusa per scoprire la selvaggia regione della Cina settentrionale, la Manciuria, le sue atmosfere già siberiane, magari approfittando per visitare, ad Harbin, fascinosa anticipazione di Russia, detta Parigi dell’Est o Mosca d’Oriente, il Siberian Tiger Park.

Cammello selvatico (Cina e Asia)

Nome scientifico: Camelus bactrianus ferus
Areale: Mongolia e Cina
Esemplari: 900/1.400
Rischio: CR (Critically Endangered) IUCN 3.1

Sebbene assomiglino molto ai cugini addomesticati intorno al 2500 a.C. nella zona a cavallo tra gli odierni Afghanistan e Turkmenistan, la greca Battriana (da cui deriva l’epiteto tassonomico), i cammelli selvatici che vivono nel deserto del Gobi e sugli altopiani stepposi al confine tra Cina e Mongolia, appartengono a una specie autonoma e non a una sottospecie tornata allo stato brado, come dimostrato da incroci sperimentali, che hanno generato ibridi sterili (ciò che non avviene con i dromedari). Non mancano, altresì, differenze fenotipiche. Si è concluso, dunque, che i due gruppi abbiano imboccato strade genetiche divergenti circa 1.1 milioni di anni fa. L’esigua popolazione ha fatto propendere lo IUCN per dichiarare un rischio critico di estinzione. Circa 900 esemplari sono tutelati all’interno della Lop Nur Wild Camel National Nature Reserve, nello Xinjiang.

Elefante asiatico (Sud-Est Asiatico)

Nome scientifico: Elephas Maximus (Elefante asiatico); Elephas maximus sumatranus (Elefante di Sumatra)
Areale: Subcontinente indiano e Sud Est Asiatico
Esemplari: 40.000/50.000 (Elefante asiatico); 2.000-2.500 (Elefante di Sumatra)
Rischio: CR (Critically Endangered) IUCN 3.1

Gli Elefantidi attualmente esistenti si classificano in tre specie, ovvero l’Elefante asiatico, unico rappresentante del genere Elephas, e gli elefanti africani di foresta e di boscaglia, appartenenti al genere dei Laxodonta. E’ il primo, più piccolo di stazza e con le zanne limitate ai maschi, a non navigare in acque particolarmente tranquille. Tra le sue quattro sottospecie, critiche risultano le situazioni per l‘Elefante del Borneo (1000-1600 esemplari selvatici), l’Elefante di Sumatra (2400-2800 esemplari selvatici), mentre migliorano, senza autorizzare ad abbassare il livello di guardia, per quelli dello Sri Lanka (quasi 6000 esemplari selvatici) e indiani (oltre i 30000, in parte domesticati, specie in India, dove sono considerati sacri). Anche per i proboscidati, il bracconaggio, volto al commercio dell’avorio, infligge perdite incommensurabili. Le esperienze a contatto con gli elefanti, nel Sud Est Asiatico, non si contano. Per le condizioni di wilderness incontaminata, si segnalano le escursioni nella Tabin Wildlife Reserve, Borneo malese: qui, oltre a una popolazione di elefanti del Borneo, vivono il già citato rinoceronte di Sumatra, oranghi, scimmie nasiche, vari cervidi endemici e il curioso Banteng selvatico, bovide pure a rischio d’estinzione.

Tapiro delle Ande (Sud America)

Nome scientifico: Tapirus pinchaque
Areale: Zone andine di Ecuador, Colombia e Perù
Esemplari: 2.500
Rischio: EN (Endangered) IUCN 3.1

L’unico dei sei tapiri noti alla scienza biologica a non vivere nelle foreste tropicali, ma a prediligere le balze d’alta quota delle Ande, è la specie detta “di montagna” o “lanosa”, per il fitto, caldo vello che le ricopre il corpo atticciato. Il suo epiteto scientifico, “pinchaque”, fu coniato nel 1828, in occasione dei primi avvistamenti europei, mutuando una parola indigena riferentesi a uno spettro che si diceva aleggiare tra le foschie gelide d’alta quota. Impronte dei suoi piccoli zoccoli, in effetti, sono state osservate impresse nella neve addirittura oltre i 4500 metri, sul vulcano Songay, Patrimonio UNESCO, e difficilmente scende sotto i 2000. L’areale del mammifero segue, e con esso l’onomastica popolare, la striscia sottile della Cordigliera attraverso Perú (dove si chiama “tapir de altura”), Colombia (“danta cordillerana” o “danta lanuda”), Ecuador ( “danta negra” ) e Venezuela ( “danta andina”). Oggi solo 2500 esemplari del tapiro andino, il meno specializzato ed evoluto dalla comparsa del gene nel tardo Miocene, continuano a tracciare nelle foreste i sentieri ricoperti di escrementi durante le ricerche notturne di erbe. Se la caccia effettuata nei secoli scorsi dai nativi, ghiotti delle sue carni e interessati all’utilizzo medicinale di zampe, intestini e proboscide, non intaccava la sussistenza genetica della specie, non si può dire lo stesso per la massiccia antropizzazione dell’habitat, responsabile di una sua profonda frammentazione. Un viaggio in Sud America potrebbe propiziare il difficile incontro.

Lamantino delle Amazzoni (Sud America)

Nome scientifico: Trichechus inunguis
Areale: Bacino del Rio delle Amazzoni
Esemplari: 8.000/30.000
Rischio: VU (Vulnerable) IUCN 3.1

Le acque torbide del Rio delle Amazzoni e dei suoi tributari (Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana e Perù) non permettono di indicare un’approssimazione attendibile del numero di Trichechi inungues, il più piccolo lamantino, e l’unico a non vivere in mare. Le stime variano dagli 8000 ai 30.000 individui. In ogni caso la Zoological Society of London, considerando l’unicità genetica di questo sirenide endemico, lo annovera tra i 100 mammiferi a rischio d’estinzione. Come al solito è l’aggressione intensiva iniziata in età contemporanea a costituire la massima fonte di pericolo: pesticidi e mercurio pervertono gli ambienti fluviali e palustri in cui trascorre le giornate nutrendosi di macrofite, i bracconieri ambiscono al suo morbido pellame e non può che coinvolgerlo, insieme a centinaia di miglia di viventi, la progressiva distruzione dell’habitat amazzonico, che prosegue inesausta al ritmo di 1,6 milioni di ettari all’anno (area pari alla Puglia). Le varie escursioni in barca, tra Brasile e Perù, costituiscono il modo migliore per scoprire un ecosistema sovrabbondante, voluttuoso, la culla mondiale della biodiversità.

Balenottera azzurra (oceani terrestri)

Nome scientifico: Balaenoptera musculus 
Areale: Oceani terrestri
Esemplari: 5.000/12.000
Rischio: EN (Endangered) IUCN 3.1

La balenottera azzurra è il più grande animale che, a notizia d’uomo, sia mai esistito sulla Terra. Il record individuale spetta a un esemplare lungo 33 metri e pesante 180 tonnellate (solo il cuore, usualmente, contribuisce con 550 kg). I suoi fanoni, corrispondenti ai nostri denti, possono misurare 3,5 metri, e servono a trattenere, a guisa di grate che lasciano defluire l’acqua, circa 3500 kg di nutrimento quotidiano, costituito di molluschi, crostacei, krill, plancton, pesci di piccola taglia. Il loro canto, abissale e angelico, fino all’inizio del ‘900 risuonava frequente nelle oscurità oceaniche del pianeta. L’introduzione delle navi a vapore, allora, ridiede vigore alla baleneria e permise di catturare le specie più imponenti. Cominciò una mattanza che, stando alle stime, condusse da una popolazione, nel 1875, di 250/350 esemplari, ai 2500/5000 degli anni ’50 del ‘900, con la popolazione antartica ridotta allo 0,15 % della sua consistenza iniziale. Un miglioramento si è avviato dopo la proibizione legate della caccia, negli anni ’60, da parte dell’International Whaling Commission. Le valutazioni odierne oscillano tra i 5000 e i 12000 capi. La sottospecie più numerosa è la balenottera azzurra settentrionale, che nel Pacifico, tra Alaska e Costa Rica, conta circa 2800 individui. I luoghi migliori per avvistarle sono la California (Luglio-Ottobre) e la Baja California (Gennaio-Marzo). 

Orso polare (Canada, Alaska, Groenlandia, Russia, Norvegia, Islanda)

Nome scientifico: Ursus Maritimus
Areale: Circolo Polare Artico
Esemplari: 20.000/25.000
Rischio: VU (Vulnerable) IUCN 3.1

Il riscaldamento globale è il principale nemico di un animale che, essendo il più grande carnivoro terrestre, non avrebbe in teoria rivali. Infatti il contrarsi nel ciclo di formazione dei ghiacci artici (si solidificano dopo e si sciolgono prima) lo priva del suo habitat: la caccia, specialmente alle foce, avviene tra i crepacci nei lastroni, e la loro liquefazione anticipata non permette all’orso polare di accumulare il grasso necessario alla sopravvivenza nel periodo “magro” estivo-autunnale, costringendolo inoltre a lunghe, estenuanti traversate marittime, proibitive nonostante le sue doti di provetto nuotatore. La IUCN prevede, che nelle prossime tre generazioni (35 anni) la popolazione globale, ad oggi calcolata intorno ai 25.000 esemplari, si ridurrà di una cifra pari o superiore al 30%, anche a causa dell’inquinamento atmosferico e dello sfruttamento petrolifero-energetico che interesserà le regioni nordiche. Un viaggio in Canada consente di vedere da vicino i giganti bianchi. Churchill, avamposto sulla Baia di Hudson, è l’unico insediamento umano in cui è possibile incontrare orsi polari allo stato brado, mentre, tra ottobre e novembre, fanno ritorno dalle residenze estive nella tundra alle zone glaciali di caccia: emozionante l’esperienza di Polar Bear Watching a bordo di robusti “tundra buggies”, veicoli da safari che incuriosiscono molto gli animali, i quali si ergono per guardare dentro le finestrelle. Un vero faccia a faccia.