Un viaggio tra i luoghi della Land Art nel West USA, da Los Angeles a Utah, New Mexico e Arizona, con opere di Heizer e Smithson, De Maria e Charles Ross, meraviglie geologiche e città rupestri native

a partire da € 2.100 per persona

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Immettere l’opera umana nella vita sconfinata del cosmo. Questo il significato estetico di fondo che i partecipanti al viaggio attraverso i luoghi della Land Art nel West USA avranno modo di apprezzare. Il movimento artistico sviluppatosi negli Stati Uniti a partire dalla fine degli anni 60 rappresenta una delle punte più avanzate nel processo di dissoluzione di qualsiasi struttura eterna e immutabile, in primis la staticità dell’oggetto – icona esposto nei musei, che costituisce la cifra essenziale della cultura contemporanea, orientata, in tale decostruzione, a un ritorno alle radici della civiltà occidentale.

Non a caso le grandi realizzazioni della Land Art (o Earth Art che dir si voglia) sono caratterizzate da uno spiccato arcaismo che le rende molto simili a testimonianze antichissime, quali i geoglifi di Nazca, i megaliti dei popoli protostorici europei e le costruzioni a tumulo sparse un po’ in tutti i continenti, interventi che si fondono e interagiscono con il sostrato terrestre che li ospita, secondo una rispondenza che si allarga all’intero Universo in un anelito di comprensione della totalità, integra, viva, in divenire, non scissa dalle divisioni fisse della scienza e della civiltà. Un ritorno a sapienze ancestrali. Gaia, il grembo da cui tutto si genera e in cui tutto si distrugge, compresa l’opera d’arte, forma provvisoria, coinvolta, modificata, concretata nel movimento incessabile della natura, nel senso della physis dei primi saggi greci, il dionisiaco di Nietzsche, l’abisso celato dal velo di Maya. La prassi dell’artefice si configura come punto di osservazione sul mondo, scoprendone la solo apparente stasi, alla quale soggiace il creare del primo artefice, il fanciullo di Eraclito che gioca muovendo le tessere sulla scacchiera, traccia disegni ordinati e subito li scompagina in base al proprio incomprensibile capriccio, Aiòn, il tempo. Nascita dalla morte e morte di ogni nascita. Identità degli opposti nell’unità del principio.

L’americano Robert Morris, uno dei massimi esponenti della Land Art, ha spiegato con lucidità la concezione filosofica che la sorregge, in qualche modo già definita nel film-documentario del 1969 di Gerry Schum che per primo nominò sotto un’etichetta comune il composito gruppo di artisti: attenzione al movimento, disinteresse per presunti punti definitivi nel tempo e nello spazio, annullamento di ogni telos-fine del divenire, predilezione per opere tridimensionali, incarnate nel molteplice e nella materia, distanti dall’iconismo di stile bizantino, riproduzione bidimensione dell’eterno trascendente.

I luoghi della Land Art nel West USA  visitati in questo tour fly and drive che tocca 7 stati raccontano, a partire dallo specifico disorientamento culturale e storico dei quali sono espressione, la tensione rivoluzionaria che, come ogni rivoluzione, è un moto di ri-comprensione di un inizio. Non solo sullo sfondo, ma parte costitutiva delle installazioni monumentali dei vari Heizer, Smithson, De Maria, Ross, l’immenso paesaggio dell’Ovest, scelto per la pressoché totale assenza di urbanesimo e delle correlate sovrastrutture ideologico – politiche. Le stesse tipologie creative della Land Art, che prediligono materiali o naturali – rocce, pietrisco, ghiaia – o di scarto – residui di miniere, catrame, oli esausti, avanzi di demolizioni -, denotano la volontà di assorbire nella genesi del mondo le forme ritenute isolate, di disciogliendole, alla lettera, dai legami funzionali e utilitari che vengono loro associati.

Il viaggio lungo i luoghi della Land Art nel West USA partirà da Los Angeles, dove si avrà subito modo di apprezzare uno dei capolavori più recenti, presso il LACMA, acronimo di Los Angeles County Museum of Art, il più grande polo espositivo “generalista” ad occidente di Chicago: qui nel 2012 il californiano Michael Heizer (autore, nel 1968, dell’epocale Dissipate, cinque fosse rivestite di lastre d’acciaio sparse sul suolo sabbioso del Black Rock Desert del Nevada)  ha inaugurato Levitated Massinstallazione megalitica che prende nome dalla possente pietra che pare levitare su una trincea di cemento armato, fusione di linguaggi e tecnologie primitivi e postmoderni. L’itinerario si dirigerà poi in direzione Las Vegas, attraverso gli scenari desertici del Mojave (teatro di due lavori da antologia, entrambi del 1968, The End of the World di Heizer e Mile Long Drawing di Walter De Maria), ottima base per raggiungere una delle opere più famose di Heizer, Double Negative (1969-70), gestita dal Museum of Contemporary Art di Los Angeles: due gallerie di 9 metri di larghezza, 15 di profondità e 457 di lunghezza scavate in un tavolato rossastro di arenaria, la Mesa dei Mormoni, nelle quali rimane indeciso se l’opera, che ricorda certi atrii dei templi egizi, consista nel vuoto dello scavo o nel pieno della terra, a segnare l’inscindibile polarità dei due termini. L’artista ha imposto di non attuare interventi conservativi o percorsi guidati, affinché il visitatore colga il “doppio negativo” nella sua immedesimazione col paesaggio, tagli destinati a essere rimarginati nell’infinito. L’enorme complesso di City, quasi una città geroglifica che Heizer sta edificando nell’Est del Nevada dal 1972, verrà completato e aperto al pubblico nel 2020.

Prossima tappa del viaggio dei luoghi della Land Art nel West USA sarà il Bryce Canyon, un insieme di quinte, scenografiche e accidentate, che scavano parte dell’Altopiano di Paunsaugunt frastagliandolo di hoodoos, o “camini delle fate”, alti pinnacoli di roccia, solitamente sedimentaria, formati dall’incessante erosione atmosferica. Ambientazione che potrebbe essere frutto dell’inventiva di un Earth Worker. Sulla strada varrà la pena una sosta allo Zion National Park, gola incisa dal Virgin River, che modella anfiteatri con dislivelli che toccano i 3000 metri.

Ci troviamo nello Utah, la terra promessa dei Mormoni. Proprio sul Grande Lago Salato (Great Salt Lake), un Mar Morto dall’aspetto biblico, evanescente, cristallizzato, che fa svaporare in un miraggio accecante i contorni delle cose, si può ammirare l’esempio forse più rappresentativo della Land Art presso il grande pubblico, vale a dire la Spiral Jetty realizzata nel 1970 da Robert Smithson: un molo di 4,5 km di fango accumulato mediante bulldozer ad allungare una spirale, simbolo del ciclo cosmico, avviluppamento dell’infinito che sprofonda nel limo stagnante dello specchio d’acqua, fondale primordiale che ben presto si è andato appropriando, con alghe, microrganismi e croste saline, dell’opera d’arte, abbandonata al lavorio dei processi fisico-biologici. Salt Lake City, città dal vivace panorama culturale, farà da punto di appoggio.

Il tour tra i luoghi della Land Art nel West USA punterà dunque verso Sud, toccando altre meraviglie geologiche forgiate dal genio istintivo della natura. Si visiterà l’Arches National Park, tra i luoghi del pianeta dove l’interazione dei diversi agenti naturali ha raggiunto una delle massime vette di magia: la forza dell’acqua e del vento ha ricavato, da questo enorme affioramento pietrificato, oltre 2000 archi di arenaria, levigati e fragili, snelli e aerei, dei quali molto famoso è il Delicate Arche. In seguito si giungerà nel Patrimonio UNESCO del Mesa Verde National Park, in Colorado, che include circa 600 cliff dwellings, gli insediamenti rupestri degli Anasazi, scavati in sbalzi di canyons. Su tutti spicca il villaggio di Cliff Palace, ritenuto il più grande sito archeologico negli USA.

Siamo alle porte del New Mexico. Prima di arrivare a Santa Fe, cittadina dal sonnacchioso clima coloniale, meriterà una puntata il Chaco Culture National Historical Park, altro Patrimonio UNESCO che tutela imponenti siti della cultura chacoana, tra cui il magnifico Pueblo Bonito, dotata di raffinate conoscenze astronomiche, un archetipo per la Land Art. Basti pensare alla prossima opera, che si incontrerà a breve distanza da Santa Fe, cioè Star Axis, l’asse delle stelle, un edificio mimetizzato tra gli altopiani, simile alla rovina enigmatica di una civiltà scomparsa, formato da un semicerchio intersecato da una scalinata che ha la funzione dello gnomone. Il visionario Charles Ross progettò a partire dal 1971 tale immensa meridiana non ancora compiuta, un osservatorio celeste a occhio nudo, in base ad accurati calcoli matematici che permettono, a chi cammini nel suo tunnel, di procedere allineato all’asse terrestre e di orientarsi al sistema stellare di Polaris. La migliore dimostrazione di compenetrazione tra creazione artistica e totalità cosmica prima accennata.

Ad Amarillo, nel Panhandle del Texas, sarà il turno di due luoghi della Land Art degli Stati Uniti occidentali che sconfinano nell’immaginario pop. Cadillac Ranch, installazione architettonica ideata nel 1975 da Chip Lord, Hudson Marquez e Doug Michelsdal, formata da 10 carcasse di Cadillac rottamate, completamente dipinte e piantate col muso nel suolo (in fila secondo l’evoluzione dei modelli dal 1949 al 1963) riprendendo il disegno dei grandi complessi megalitici preistorici, un circolo astrale dell’età industriale e del motore, appartiene a rigore al movimento dell’Ant Farm, nato nel 1968 a San Francisco. I motivi sono però analoghi a quelli della Land Art: ripresa di moduli arcaici, riconduzione dell’elemento artificiale a quello naturale, riflessione sui limiti e il significato ultimo dello sviluppo tecnologico-industriale. Il fatto che sorga a due passi dalla Route 66, la “strada madre” simbolo delle diseguaglianze del capitalismo, ormai dismessa e defilata rispetto al percorso ufficiale della storia, rappresenta una scelta non casuale. D’altronde a  pochi chilometri, altro segnale di tangenza tra Land Art e Ant Farm, due anni prima Robert Smithson aveva realizzato una versione “terrestre” della spirale lacustre, Amarillo Ramp, linea curva dalle reminiscenze micenee.

Dopo il veloce sconfinamento si proseguirà in direzione di Albuquerque. Rimanendo in tema di arte ancestrale non ci si dovrà perdere il Petroglyph National Monumentum, 25 mila incisioni rupestri lasciate dagli Anasazi su un’enorme pare di basalto, attorniata da cinque vulcani estinti, che si staglia alle porte della cittadina fondata dagli Spagnoli sulle rive del Rio Grande.

Da Flagstaff, Arizona,  risulta agevole dirigersi a un altro dei luoghi della Land Art nel West USA, nel cuore dello spettacolare Painted Desert, anche in questo caso un’opera in fase di completamento, iniziata nel 1979 da James Turrel all’interno di quello che in geologia si chiama cono di scorie, una piramide circolare di lava solidificata (nella fattispecie a seguito di un’eruzione avvenuta circa 400 mila anni fa) sormontata da un cratere. Qui l’artista sta creando un osservatorio astronomico a occhio nudo scavando gallerie e aperture che culminano nel “Crater’s Eye”, una specola concepita per contemplare la luce, il cielo, l’abisso dell’infinito. Anche se non è ancora aperto al pubblico, basterà ammirare da fuori questa imponente ziqqurat naturale, circondata da un paesaggio marziano, venato di ruggine e cromatismi psichedelici, per rimanere estasiati.

Nei paraggi di Phoenix, ultima tappa del viaggio nei luoghi della Land Art nel West USA prima del rientro a Los Angeles, sarebbe un peccato non recarsi a Scottsdale, posizionata su un altopiano brullo dominato dai contrafforti scabri delle McDowell Mountains. Questa cittadina è famosa grazie soprattutto a Frank Lloyd Wright che nel 1937 decise di insediarvi un complesso con la funzione di residenza invernale e cenacolo per i suoi allievi, Taliesin West (per distinguerla da quella East, l’abitazione-studio in Wisconsin). A quanto pare il padre del Movimento Moderno e dell’Architettura Organica avrebbe esclamato, di fronte al deserto di Scottsdale: “Oh, dobbiamo costruire qui, dovunque guardi non si vede che pura astrazione.”

Arte, architettura, natura, universo. Il significato ultimo dell’esistente. Negli States più veri.

  • VOLI INTERCONTINENTALI


  • HOTEL: Ramada Plaza West Hollywood, LOS ANGELES

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  • HOTEL: Hotel Rl By Red Lion Salt Lake City, SALT LAKE CITY

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  • HOTEL: River Canyon Lodge, MOAB

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  • HOTEL: Far View Lodge, MESA VERDE NATIONAL PARK

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  • HOTEL: Doubletree By Hilton Santa Fe, SANTA FE

    Durata: 1 notte
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  • HOTEL: Amarillo Inn & Suites, AMARILLO

    Durata: 1 notte
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  • HOTEL: Hyatt Place Albuquerque, ALBUQUERQUE

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  • HOTEL: Hotel Aspen Flagstaff Grand Canyon, FLAGSTAFF

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  • HOTEL: Four Points By Sheraton Phoenix North, PHOENIX

    Durata: 1 notte
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  • HOTEL: Ramada Plaza West Hollywood, LOS ANGELES

    Durata: 1 notte
    Camera Standard (solo pernottamento)

Giuseppe Gerevini
Giuseppe Gerevini

Area di esperienza:
Nord America
Destinazione preferita:
Le preferite sono veramente tante ma le emozioni che provo quando sono nel West degli USA sono difficili da eguagliare
Tipo di viaggio ideale:
Viaggio itinerante alla scoperta di luoghi e persone
Viaggio perchè...
"Qual è il vero significato della parola viaggiare? Cambiare località?
Assolutamente no! Viaggiare è cambiare opinioni e pregiudizi."
(Anatole France)

Quota per persona a partire da

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