La nave che nemmeno la mano di Dio può affondare

Nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1912 un iceberg inabissò uno dei miti della Belle Époque, la sua illusione di progresso

“La prima classe costa mille lire, la seconda cento, la terza dolore e spavento…”, così principia una celebre canzone di Francesco De Gregori che rilegge, quasi in un affresco allegorico, una delle tragedie più memorabili del XX secolo, di cui fu, in certo senso, l’antefatto inquietante, l’ammonimento presago. È stato calcolato a quanto ammontassero le tariffe del RMS Titanic, la nave che, dichiarava tronfio il capitano Smith, figlio di una civiltà vittima di un’allucinazione narcisista, “nemmeno la mano di Dio può affondare”: si andava dai 500 euro odierni per il più squallido posto in stiva fino a 60 mila euro per un appartamento di prima classe (il tutto sola andata), cifre necessarie ad ammortare le spese colossali di costruzione, pari a un 150 milioni. Eppure la mano di Dio arrivò, fatale. Sotto forma di un iceberg bianco, relitto del Nord, dello spettro gelido polare. Mancavano tre giorni di navigazione per l’ingresso trionfale nel porto di New York. Si frappose un brandello di banchisa, la natura al suo stadio più primitivo, elementare, irrogò la sua teodicea. La Belle Époque smise, per un attimo, le sue danze ubriacanti, la sua corsa affannosa. Non per molto. Di lì a poco si sarebbe gettata nel più grande delirio della storia, la Prima Guerra Mondiale. Iniziava un secolo inedito e tremendo. Uno dei più bei musei sul Titanic si trova a Branson, Missouri, una riproduzione di mezza scala dell’epico transatlantico. Radiche, lampadari, sale sontuose, riportano alla spensieratezza delle sere precedenti l’impatto, di cui si può rivivere una rielaborazione multimediale. Per ripensare ai limiti del progresso.