Le tradizioni di Abu Dhabi

Un viaggio nell’Abu Dhabi meno nota, alla scoperta della sua millenaria cultura araba, tra deserto e mare

La parola beduinobadawiyyīn in arabo, significa “abitante della bādiya“, il deserto. Genti nomadi, indomite, dedite alla pastorizia itinerante, i beduini non sono stati mai completamente irregimentati da alcun organismo istituzionale stanziale, si chiamasse Impero Romano o Islam, che pure ne rispettavano le straordinarie abilità guerriere, di infallibili razziatori, avvezzi a una vita parca, dura, e cercavano di guadagnarli alla propria causa. La loro struttura etnica rimane, da millenni, mobile, fluttuante, dovendosi adattare a condizioni ambientali estreme e agli scontri cronici tra i vari gruppi, volti ad assicurasi pozzi d’acqua o a far bottino di greggi.

Viaggio ad Abu Dhabi Beduini

Divisi in tribù che includono clan, nuclei famigliari, riconoscono come guida suprema lo sceicco, l’anziano depositario dell’adab, insieme di norme, mai cristallizzate in codici, ma tramandate di generazione in generazione, al cui vertice campeggiano la lealtà, l’onore, il coraggio. Schivi, schietti, generosi, simili alla loro terra, dove il giorno arde e la notte è un gelido occhieggiare di stelle, i beduini non conoscono mezzetinte, traccheggiamenti, la policromia morale, l’ipocrisia sociale dell’uomo “civile”. Stagliandosi sullo sfondo monotono, sconfinato del Rub’ al-Khali, il “Quarto Vuoto”, ogni ombra assume uno spicco definitivo, un contorno nettissimo. Si scoprirà, avvicinandosi, se la proietta un amico o un nemico, un cammello sperduto o una fiera temibile. L’azione soggiace a un aut aut inconciliabile.

Una di queste confederazioni di tribù beduine, gli Banū Yās, sospinte da conflitti endemici migrarono dalla cintura di oasi di Liwa verso le lagune salmastre della costa, che già frequentavano trovando impiego stagionale nella raccolta di perle. Sull’isola di Rim, un cordone sabbioso che basse acque separano dal continente, fondarono un insediamento e lo chiamarono Abu Dhabi, ossia “Padre delle Gazzelle”, all’epoca massicciamente presenti, così si deduce, nell’area. Correva l’anno 1791. Nessuno, nemmeno i condottieri degli Banū Yās, gli Al Nahyan, rimasti la dinastia regnante da cui provengono gli Emiri, poteva immaginare che quell’avamposto sul Mar Persico sarebbe divenuto, in capo a due secoli, una delle metropoli più opulente, raffinate, colte, dinamiche del pianeta. Nella sua interiorità batte, però, l’antico cuore dei padri, fiero, libero.

Le tradizioni di Abu Dhabi

Archeologia ad Abu Dhabi

Tracce di frequentazione umana nel territorio dell’Emirato risalgono almeno al 6000 a.C., in pieno Neolitico: il sito di Baynunah raccoglie migliaia di ossa di cammelli, quando non ancora addomesticati venivano cacciati per motivi di sussistenza. I resti archeologici più consistenti si ascrivono all’Età del Bronzo e alla cultura Umm al-Nar (2600 – 2500 a.C.), dal nome di un’isola prospiciente la capitale: consistono prevalentemente in  sepolcri circolari (a tholos), Gli squisiti corredi funebri (ammirabili al Louvre di Abu Dhabi) denotano contatti con la Mesopotamia e la valle dell’Indo. L’antico centro carovaniero di Bidaa Bint Saud (Patrimonio UNESCO, vedi box a lato) esibisce vestigia di sistemi irrigui, datati all’Età del Ferro (1300-300 a.C.),  antenati del sistema degli aflaj, tipico della regione. I primi abitanti di Abu Dabhi erano, dunque, agricoltori sedentari.

Il Patrimonio UNESCO di Abu Dhabi

La città di Al Ain, nell’entroterra prossimo al confine omanita, figura dal 2011 tra i Patrimoni UNESCO in virtù delle sue sei oasi e delle aree archeologiche di Hafit, Hili, Bidaa Bint Saud, che testimoniano un’occupazione ininterrotta dal Neolitico. Le loro estese necropoli contengono sepolture di notevole rilievo storico e architettonico, come la Grand Tomb di Hili (2000 a.C.), circolare, dal diametro di 12 metri e la cupola alta 4 metri, affrescata all’interno con scene venatorie.

Forti e torri

Qasr indica, in arabo, qualsiasi struttura fortificata, dalla torre al castello. La parola appare come prefisso nel nome di quasi tutti i presidi difensivi dell’Emirato, eretti a partire dalla metà del ‘700, allorché il potere degli Al Nahyan andava cementandosi in un’unità territoriale. Tra i vari manieri si segnalano, ad Al Ain, il Qasr Al Muwaiji, costruito nel 1898 all’interno di un palmizio, con una pianta rettangolare chiusa da muraglie chiare, in mattoni di fango, e l’Al Jahili, dove dominano torrioni cilindrici d’adobe: se il primo fungeva da diwan, sede di riunioni governative, il secondo era la residenza estiva degli sceicchi, oggi entrambi ospitano interessanti musei. A breve distanza, l’Al Ain Palace, del 1938, sfoggia forme più leggiadre, di residenza aristocratica, e vanta una bella esposizione storico-artistica permanente. Transitando sul ponte Sheikh Zayed di Abu Dhabi, si nota la torre Al Maqta vegliare dimessa, da un isolotto, sulla città cresciuta a dismisura. A fine ‘800, quando fu completata assemblando breccia corallina e pietre di spiaggia, era lei, ora spersa, a dominare l’orizzonte.

Dove nacque Abu Dhabi

Trent’anni prima della fondazione ufficiale di Abu Dhabi, nel 1761, una torre fu innalzata per sorvegliare l’unico pozzo d’acqua potabile dell’isola. Dopo l’avvento permanente degli Al Nahyan, il più antico edificio cittadino, noto come Qasr al Hosn, divenne, per successive stratificazioni e articolazioni, una corte turrita di tipico aspetto arabo, con mura in corallo, incrostate di madrepore e tinteggiate di bianco, che si distribuiscono intorno a uno spiazzo centrale rettangolare, adorno di palme. Le sale interne, cui l’ingegnoso sistema Barjee, un’aria condizionata ante litteram, continua ad assicurare un gradevole refrigerio convogliando le brezze marine, accolgono mostre multimediali sulla storia di Abu Dhabi.

Luoghi di culto

Uno dei comprensibili motivi di celebrità di Abu Dhabi è la stratosferica Gran Moschea dello Sheikh Zayed, la cui costruzione, tra 1996 e 2007, ha assorbito 545 milioni di dollari, convocando saperi e maestranze provenienti da tutto il mondo, per una rilettura innovativa e geniale della tradizione artistica islamica. L’Emirato possiede, però, molti altri luoghi di culto di pregio artistico-architettonico, sebbene più defilati. Ad esempio l’isola di Delma, longevo emporio di perle (vi sono state rinvenute ceramiche mesopotamiche della cultura Ubaid, prodotte nel VII millennio avanti cristo), vanta tre moschee storiche pervase d’una quiete incantevole, impreziosite da fini dettagli estetici. Il villaggio dei pescatori riconduce nell’Abu Dhabi che fu.

Una chiesa nestoriana ad Abu Dhabi

Di forma circolare, l’isola di Sir Bani Yas, menzionata già dal mercante di gioie veneziano Gasparo Balbi nel 1590 in relazione alle perle (ma i resti archeologici rimontano, anche qui, al VII millennio a.C.), è un brano di savana nel Golfo Persico. All’interno dell’Arabian Wildlife Park vivono 10 mila animali in libertà, compresi gli aggraziati orici endemici, coperti d’un vello lucente. Tra le steppe sabbiose si visitano, inoltre, i resti di un monastero cristiano del 600 d.C., fondato dai Nestoriani, seguaci di una corrente, poi dichiarata eretica, che tra età tardoantica e medioevo conobbe una larghissima diffusione in Asia, giungendo fino in Cina.

Riti culinari

Per le popolazioni nomadi d’Arabia, l’alimentazione rappresentava un momento rituale, una riunione collettiva dove discutere, prendere decisioni, intessere alleanze, sancire patti d’ospitalità. Le ricette, frugali, non artefanno il sapore genuino degli ingredienti. Durante le festività famigliari e religiose, Ramadam in testa, si consuma preferibilmente l’harees, una zuppa di grano macinato, misto a carne, cotta a lungo. Quale accompagnamento si consiglia il rigag, soffice focaccia azzima, abbrustolita su una piastra rotonda. Immancabile, a fine pasto, il Khabees, sfiziosissimo dessert a base di farina tostata e cucinata con una mistura di acqua, miele, cardamomo, zafferano ed essenza di rosa.

Gahwa, il caffè beduino

I beduini bevono caffè da molto più tempo di noi. La pianta, d’altronde, è endemica della regione. Preparare e sorbire il gahwa, il caffè arabico, costituiva per i beduini l’otium princeps, la più gradita circostanza conviviale, di aggregazione e accoglienza. I grani vengono tostati in scodelline d’ottone e poi bolliti in eleganti cuccume, direttamente su una brace nella sabbia. Nel complesso si ha l’impressione di partecipare a una celebrazione ancestrale, a una dimensione dell’umano che sta scomparendo. Non a caso Abu Dhabi ha candidato questa e altre tradizioni ai patrimoni orali e immateriali UNESCO.

Artigianato tradizionale

Le esigenze pratiche, dettate dallo stile di vita nomade, portarono i beduini a sviluppare un’acuita abilità artigianale, nella quale eccellevano soprattutto le donne, a dimostrazione del ruolo essenziale che rivestivano per la comunità. La ceramica, abbiamo visto, veniva prodotta nel territorio di Abu Dhabi sin dal Neolitico. I manufatti più caratteristici sono capienti giare impiegate per trasportare, durante gli spostamenti, liquidi (l’hib, in terracotta, indicato per mantenere l’acqua in fresco, e il bumrah, adatto al latte) o cibi (il chirr, vaso per datteri o pesce essiccato). Quanto all’arte tessile si distingue l’Al Sadu, tradizionale tecnica d’ordire peli di cammello e lana caprina, intrecciando coperte, tappeti, cuscini, finimenti. Una sorta di tombolo compare, al posto del telaio, nel Talli, il “merletto del deserto”, tramandato di madre in figlia per decorare i vestiti femminili.

Il Burqa’a di Abu Dhabi

Il burq’a, ad Abu Dhabi, non ha nulla di greve od oppressivo, anzi, denota una leggiadria morbida, consona a uno zendado o a uno chador, specie nelle sue versioni più moderne, indossate dalle donne giovani. Di origine persiana, nella zona costiera della Penisola Arabica questo velo ha subito influssi – sia estetici che riguardo alla selezione delle stoffe – provenienti sin dall’India. Gli artigiani specializzati si chiamano Quraizah Burqa’a, versatissimi nell’abbinare all’esigenza di pudicizia, insita nel copricapo, una fresca grazia, tutta femminile. Peculiare della produzione emiratina è una specie di maschera da carnevale che incornicia gli occhi, celando la bocca.

Musica e danze

Una vasta gamma di arti performative, di origine tribale, compaiono nella candidatura avanzata da Abu Dhabi ai Patrimoni immateriali UNESCO. Dagli albori della civiltà, la danza e le rappresentazioni drammaturgiche circoscrivono la sfera della festa, che unisce e cementa la comunità. L’Emirato, in virtù del legame simbiotico con la tradizione beduina, tiene molto alla conservazione di questa eredità. L’ Al-Ayyala è un ballo di uomini che simulano di battagliare a colpi di canna, sul ritmo calzante di un tamburo. Al tema bellico si connette anche l’Al Azi, un recital di poemi, intessuti di immagini epiche e proverbi, a chiamata e risposta. Il Majlis, “concilio”, consiste in una specie di parlamento periodico, cui partecipano le aristocrazie dirigenti (i barza, notabili).

La poesia del deserto

Nel corso delle lunghe traversate desertiche, i cammellieri e i pastori si scambiavano versi improvvisati. Così vincevano l’inedia e, secondo una loro certezza inscalfibile, spronavano gli animali a marciare. Questi poemi rapsodici venivano, propriamente, cantati, in base a una struttura fissa, ripetitiva: il “banditore” intonava una frase, subito riecheggiata in coro dagli altri membri della carovana, per poi passare a quella successiva. I temi più ricorrenti erano l’amore per una donna, l’amicizia, i valori tribali, memorie storiche e guerriere. Al-Taghrooda, così si chiama l’epica orale dei beduini, semplice e vigorosa. Un nome che, a noi, non può che ricordare la tragedia greca. Un genere analogo, la poesia Nabati (da Nabatei, il regno dell’antica Petra), viene seguita in trasmissioni TV da milioni di spettatori.

Gli alleati del beduino

Più dell’agricoltore sedentario, che tende a dominarli e sottometterli, il nomade sviluppa, con gli animali, un rapporto fraterno, di complicità. Senza il loro aiuto, non potrebbe sostenere le privazioni e i rischi di un’esistenza all’addiaccio. I beduini, poi, debbono affrontare uno degli ambienti più ostili alla vita, il Quarto Vuoto della Penisola Arabica. L’alleato principale risulta il dromedario, detto safīnat al-barr, la “nave del deserto”, fido, tenace, paziente. Da 4000 anni un altro importantissimo supporto viene dai falchi, impiegati per cacciare selvaggina di piccola taglia. Oggi la falconeria è divenuta, da tecnica venatoria, uno sport amatissimo, soprattutto per l’impulso dell’emiro Zayed bin Sultan Al Nahyan, che la apprezzava moltissimo.

Saluki, il segugio del deserto

Vigile, intelligente, leale, instancabile, rapido. Il Saluki, o levriero persiano, la prima razza canina addomesticata (in area mesopotamica, circa 7000 anni fa), cooperava col falco: quando il rapace calava dall’alto sulla preda, il veltro vi piombava addosso, fulmineo, riuscendo a toccare, grazie al corpo snello, tonico, addirittura i 75 km/h. Presso l’ Arabian Saluki Centre si tiene, ogni anno, una spettacolare rassegna di questo compagno inseparabile dei beduini.

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