Un mito del Messico moderno

Il 10 aprile 1919 fu assassinato, in una sortita, Emiliano Zapata, leader carismatico della Rivoluzione messicana  

I grandi ideali, le aspirazioni più nobili, i progetti di rinnovamento e redenzione del reale, necessitano, per tradursi in storia, di uomini altrettanto grandi: leader carismatici, figure eroiche, icone mitiche. Così se la Rivoluzione Messicana (1910-1920) riuscì a rovesciare la dittatura trentennale di Porfirio Diaz, bolsa ma sostenuta dalle oligarchie latifondiste, e a promulgare la prima costituzione egualitaria del XX secolo, lo dovette, oltre alla profonda spinta popolare, a condottieri capaci di raccoglierne e indirizzarne le molteplici pulsioni, i differenti umori. Su tutti Pancho Villa ed Emiliano Zapata, il divo e l’ombroso, il settentrionale e il meridionale, i gemelli dioscuri che, nel 1914, entrarono insieme a Città del Messico. Nato nello stato agrario di Morelos, Zapata perseguì, quale fine primario di tutta la sua carriera politica, la ridistribuzione della terra, il ritorno al modello collettivistico dell’ejido, divorato dalle haciendas, per riscattare la miseria dilagante tra i contadini. Maestro nella tecnica di combattimento della guerriglia, demone ubiquo, imprendibile, terrore delle truppe reazionarie, finì vittima di un’imboscata, il 10 aprile 1919, a trentanove anni d’età, presso Chinameca. Il giorno precedente una curandera, indovina-sciamana, gli predisse l’imminente fine, cui egli andò incontro saldo, con la pazienza d’un martire. Conscio che una leggenda non può morire.