In viaggio con gli aborigeni australiani

 Siti archeologici, comunità indigene, centri artistici e festival della cultura aborigena per un viaggio nel Northern Territory australiano

“Ferire la terra, è ferire te stesso, e se altri feriscono la terra, feriscono te. Il paese deve rimanere intatto, com’era al Tempo del Sogno, quando gli antenati col loro canto crearono il mondo.” Il testo ideale per avvicinarsi alla cultura millenaria degli aborigeni australiani, alla loro concezione spirituale dell’Universo, è Le vie dei canti di Bruce Chatwin (The Songlines, 1987, trad. it. Adelphi). Il titolo di questo libro formidabile, che fonde romanzo di viaggio, indagine antropologica ed etnologica, ricerca filosofica, deriva dall’immemorabile patrimonio orale di miti cosmogonici da cui lo stile di vita degli indigeni giunti sull’isola circa 60 mila anni fa, probabilmente dall’Indonesia. è plasmato, ordinato, armonizzato.
L’aspetto di primitivi cacciatori – raccoglitori, nudi e senza fissa dimora, fornì agli Europei il pretesto per sentirsi in diritto di spazzare via quella che venne catalogata, con sprezzo violento, come “razza inferiore” (emblematico il giudizio dell’esploratore William Dampier che, nel 600, li definì il popolo più arretrato e miserabile sulla faccia della Terra), sgombrando il campo nella costruzione programmatica, a tavolino, dell’Australia coloniale. In realtà l’organizzazione sociale complessiva degli aborigeni dipende da una precisa visione del mondo. Mitica, sacrale.

Aborigeni Australiani Dreamtime

Data la distanza abissale che ci separa da una siffatta relazione al reale, fondata su un continuato approccio rituale all’Infinito, la Divina Interezza che risiede in ogni cosa finita del cosmo, leggiamo ancora qualche brano di Chatwin, al fine di avvicinarla: secondo gli aborigeni “l’Australia intera poteva, almeno in teoria, essere letta come uno spartito. Non c’era roccia o ruscello, si può dire, che non fosse stato cantato o che non potesse essere cantato. Forse il modo migliore per capire le Vie dei Canti era di pensare a un piatto di spaghetti ciascuno dei quali è un verso di tante Iliadi e Odissee – un intrico di percorsi dove ogni episodio è leggibile in termini geologici.” Lo sfondo ultimo del complesso di usanze aborigene è il Dreamtime, il Tempo del Sogno, l’indifferenziato originario, il kaos informato dall’attività cosmopoietica di creature ancestrali e totemiche che, mediante il movimento fisico e l’emissione fonetica, generarono, dal grembo primordiale della natura, la concreta geografia di monti, rocce, deserti, fiumi.
Dunque il nomadismo degli aborigeni, piuttosto che una condizione di arretratezza rispetto ai criteri della civiltà, si configura quale un reiterato pellegrinaggio volto a ripercorrere le linee intrecciate dello spalancamento vocale dell’origine, una volontà di mantenersi in contatto al divino. “La loro libertà più essenziale”, dice Chatwin, è  “la libertà di restare poveri.”

Aborigeni australiani Vie dei Canti Chatwin

Lasciandosi guidare da questa archeologia vivente, un viaggio in Australia si traduce in una lettura profondissima del paesaggio, nella decifrazione del suo ordito magico. Canyon, aree umide, monoliti solitari nell’outback sconfinato, acquisiranno il significato di tracce inamovibili, simboli di un’altra dimensione. Un itinerario iniziatico possibile soprattutto nel Northern Territory, che ospita la maggior parte degli aborigeni australiani (il 32,5 % dei suoi 250 mila abitanti, letteralmente dispersi su una superficie pari a oltre 4 volte quella dell’Italia, dove risiedono però 60 milioni di persone) e due Patrimoni UNESCO, i Parchi Nazionali di Kakadu e Uluru, in tangenza diretta col Tempo dei Sogni. Partiamo da qui, dall’inizio di tutto.

L’arte rupestre degli aborigeni australiani

L’arte rupestre degli indigeni, visto ciò che è stato detto sopra, convoglia un vasto complesso di messaggi mitico-religiosi. Una delle più estese e meglio documentate concentrazioni mondiali di pittogrammi e incisioni, realizzati sulle viscere rocciose fuoriuscite dal preambolo incubatorio del cosmo, si trova nel Kakadu National Park, nel settore settentrionale del Northern Territory, Patrimonio UNESCO tanto in virtù di un così importante patrimonio archeologico, quanto per lo straordinario connubio di ecosistemi differenti (costa, pianori paludosi, fiumi e cascate, foreste tropicali), sovrabbondanti di biodiversità vegetale e animale. I siti principali sono Ubirr, Nourlangie Rock, Nanguluwu, e testimoniano una continuità di frequentazione di 40000 anni. I cicli di pitture raffigurano animali, compresi gli esemplari dell’estinta megafauna australiana, a fini propiziatori per la caccia, incantamenti e sortilegi, e ovviamente gli Spiriti degli Antenati che modellarono la Terra. Un ruolo da protagonista, tra essi, riveste il Serpente Arcobaleno, connesso al culto del sole e dell’acqua. L’insieme iconografico disegna una narrazione di episodi interrelati, un’unica narrazione universale, abbondante e inesauribile, al pari della vita, di cui dipana la trama essenziale.

L'arte rupestre degli aborigeni australiani: Kakadu National Park L'arte rupestre degli aborigeni australiani: Kakadu National Park L'arte rupestre degli aborigeni australiani: Kakadu National Park L'arte rupestre degli aborigeni australiani: Kakadu National Park L'arte rupestre degli aborigeni australiani: Kakadu National Park

Rimanendo nel Top End, la Arnhem Land vanta la stupefacente grotta di Injalak Hill, nella comunità aborigena di Gunbalanya, molto interessante per l’accostamento di immagini mitiche e di più recenti traduzioni pittoriche, dallo spiccato realismo, delle navi coloniali europee, similmente a quelle del Mount Borradaile. L’antro di Gabarnmung custodisce una teoria pittorica che include il più antico pittogramma firmato del mondo, datato, mediante le tecniche a radiocarbonio, a 28 mila anni fa.

Le pitture rupestri di Injalak Hill, a Gunbalanya: da notare, accanto alle simbologie tradizionali, la comparsa di motivi che ritraggono realisticamente l'arrivo degli Europei
Le pitture rupestri di Injalak Hill, a Gunbalanya: da notare, accanto alle simbologie tradizionali, la comparsa di motivi che ritraggono realisticamente l’arrivo degli Europei

Anche il Red Center preserva rilevanti siti di arte rupestre, nel contesto di grandiosi scenari geologici, scabri e arroventati. Citiamo l’Emily and Jessie Gaps, espressione della tribù Arrernte, il N’Dhala Gorge State Park, fregiato da oltre 6000 petroglifi, l’Ewaninga Rock Carvings Conservation Reserve, in una zona di dune di sabbia, dall’aspetto marziano, con circa 1000 incisioni distribuite su massi erratici d’arenaria, e la Rainbow Valley Conservation Reserve, in un’atmosfera di ruggine, brunita. Siamo giunti alle porte di Uluru, o Ayers Rock, il monolite simbolo dell’Australia.

L'arte rupestre degli aborigeni australiani: Uluru National Park L'arte rupestre degli aborigeni australiani: Uluru National Park L'arte rupestre degli aborigeni australiani: Uluru National Park

Il massiccio ferroso – parte di un unico sistema orografico, a dispetto della sua apparente solitudine, con il Kata Tjuta (alla lettera “molte teste”, in inglese The Olgas), distante 25 km, entrambi inclusi nel Parco Nazionale Patrimonio UNESCO – costituisce l’epicentro sacrale, nel senso sopra delineato, della popolazione Anangu, il che spiega le numerose limitazioni di accesso imposte ai turisti. Il nome del gigante dal cipiglio aggrottato, che emerge per 325 metri dal tavolato circostante, cangiante a seconda dell’illuminazione, ora roseo e vanente, ora pastoso e fatale, significa nell’idioma locale “insolito, strano”. Tra i molti miti di formazione dal Dreamtime su Uluru, il più autentico e attestato sembra quello della Lucertola Rossa Tatji, che sbozzava la materia a colpi di boomerang: quando il suo strumento demiurgico, una volta, si conficcò nel terreno, iniziò a scavare affannosamente per recuperarlo, causando le butterature che qua e là corrodono la liscia cupola, costituito, prosegue la leggenda, dal suo corpo morto a causa dello sfinimento. Nel caso delle 36 colonne tronche e cumuli levigati (il più alto supera di 200 metri l’Uluru) di Kata Tjuta, le tradizioni orali Pitjantjatjara evocano il Serpente Wanambi. Almeno, ciò è il contenuto “essoterico” accessibile a noi non aborigeni, piranypa. Sia Uluru che Kata Tjuta esibiscono cicli di arte rupestre.

Centri artistici

L'arte degli aborigeni australiani

Non è azzardato affermare che gli aborigeni australiani presentino la più continuativa tradizione artistica del mondo. Accanto ai siti archeologici, le comunità indigene perpetuano tecniche compositive e stili espressivi tramandati ininterrottamente per generazioni. Le opere rimandano allo sfondo mitico del Dreamtime. La pittura, in modo particolare, rimane ancorata al serbatoio simbolico definitosi nel tempo. I colori più comuni sono il giallo, il marrone, il rosso, il bianco e il nero, rappresentanti, rispettivamente, sole, terra, il deserto dell’outback, il cielo e i fiumi. Tali pigmenti hanno origine naturale (minerale, vegetale e animale: non raro l’utilizzo di sangue di canguro), vengono applicati mediante canne di bambù, pennelli, rametti o spruzzandoli dalla bocca. A sorprendere, a fronte di questo linguaggio iconografico, è la straordinaria modernità, nel senso di un’assenza di naturalismo e di un’astrattismo spontaneo, che non risulterebbe affatto fuori luogo nei musei d’arte contemporanea. Si pensi alle figure geometriche, dette a raggi X, degli esseri umani, animali e totemici, e allo stame puntiforme della dot art, le cui spirali policromi celano precisi codici narrativi.

L'arte degli aborigeni australiani

Nel Northern Territory è possibile, presso le numerose gallerie e comunità indigene, conoscere da vicino l’arte aborigena, assistendo direttamente alla realizzazione di boomerang, vassoi coolamon, strumenti musicali come rombi e didgeridoo, bastoncini usati per dissotterrare alimenti (digging stick) e statuine di idoli. Imperdibili, nel capoluogo Darwin, il Museum and Art Gallery of the Northern Territory, ricco di documentazione storica e teatro annuale, dal 1984, del Telstra Award, il principale premio australiano d’arte riservato agli aborigeni, e il Parap Arts Precinct, vivacissimo “art district”. Le prospicienti isole Tiwi offrono interessanti opportunità di confronto con l’omonima popolazione autoctona, ammontante a 2500 individui, nel Tiwi Design Aboriginal Corporation, nel Munupi Art Center e nel Jilamara Art and Crafts. A Gunbalanya, gli Yolngu tengono dimostrazioni per i visitatori di produzione di serigrafie su stoffa, dipinti su carta e su corteccia, cesti e vari altri oggetti ottenuti intrecciando foglie di pandan.
Il Kakadu National Park include l’avveniristico polo espositivo del Warradjan Aboriginal Cultural Centre, una vera e propria summa dell’identità etnica e culturale degli aborigeni australiani. Per gli acquisti si consiglia la bella Marrawuddi Gallery.
Poco distante dal Parco, a Katherine il Merrepen Arts Centre racconta l’arte aborigena con un taglio prevalentemente femminile. Un ruolo da protagonista riveste l’area di Alice Springs, la capitale-sentinella del Red Centre, dal momento che vi si svilupparono, durante la seconda metà del XX° secolo, correnti innovative, contaminate con apporti europei. La missione luterana di Hermannsburg, fondata nel 1877 e oggi tutelata da un Historic Precint che ne preserva l’impianto architettonico germanico, fu patria e dimora di Albert Namatjira, aborigeno al quale venne insegnata la tecnica dell’acquarello, che egli adottò per ritrarre, secondo il realismo occidentale, il paesaggio del Northern Territory, rimanendo comunque fedele a un cromatismo squisitamente autoctono, dominato da generale tono sbiadito, perché, d’altronde, dipendente dai colori della terra. I suoi maggiori capolavori sono raccolti nella Gallery a lui intitolata, all’interno dell’Araluen Arts Centre di Alice Springs. Papunya, invece, divenne, sempre su impulso bianco, la culla di un’altra scuola pittorica, quella della già citata “drop art”, traduzione su tela del simbolismo del Dreamtime, incoraggiata dalla cooperativa del Papunya Tula Artists. A Yuendumu si andò profilando, dagli anni ’80, un movimento di pittura murale ad opera degli aborigeni Warlpiri, che dipinsero le porte lignee dell’insediamento, sfociato nell’associazione Warlukwlangu. Un’arte inesauribile, come il tempo.

L'arte degli aborigeni australiani

Musica e festival

La musica possiede un’importanza centrale nella cultura degli aborigeni australiani. Non dovrebbe sorprendere, dato che ogni atto di genesi e creazione è di natura vocale e ha una sua consistenza acustica, si concreta in uno spalancarsi vibrante di suoni. La sua esecuzione coincide con un momento della vita sociale dallo spiccato valore curativo e rivelativo, nel quale la comunità, coniugandosi all’armonia universale, rinsalda i propri legami interni. Tutta l’Australia, solcata dalle Vie dei Canti, si può considerare una sorta di sinfonia. Il protagonista delle performance musicali e coreutiche è il didgeridoo, strumento a fiato ricavato da un ramo di eucalipto, dal timbro basso e melodioso.

La musica degli aborigeni australiani

Il Northern Territory abbonda di festival che propongono cerimonie rituali e concerti (consulta qui il calendario completo).
Tra i maggiori si segnalano il Barunga Festival, alle porte del Kakadu National Park, nel mese di giugno (edizione 2018, 8-10 giugno) e il Garma Festival of Traditional Cultures, nell’Arnhem Land, ad agosto (edizione 2018, 3-6 agosto).

Il cibo degli aborigeni

In occasione di questi eventi si ha la possibilità di assaggiare le specialità del “bush tucker”, la dieta alimentare tipica degli aborigeni australiani, basata su caccia e raccolta, che denota una fine conoscenza delle proprietà di vegetali e animali e consente loro (a quanti, si intende, non si sono adeguati agli standard occidentali) di raggiungere livelli di longevità notevoli.

Il bush tucker degli aborigeni australiani

I cibi più consumati sono l’anatra gazza cotta sotto i carboni o vari tagli di tartaruga, canguro, varano, serpente, oltre al pesce nella zona costiera del Top End. Tra i vegetali, primeggiano la banana del bush, l’anguria selvatico, lo yam, o igname, tubero assai saporito, l’uva selvatica, melette cotogne, il billy goat plum, frutto d’arbusti dotato di proprietà salutari stupefacenti, radici di loto, fagioli selvatici e noci. Non mancano nemmeno gli insetti, come le pingui witchetty grub, larve bianche giganti, dall’elevato contenuto proteico, e le dolcissime formiche mellifere, al cui corpo è attaccato una gonfia bolla di miele. Per gustare le specialità del bush tucker degli aborigeni australiani basta visitare le molte comunità indigene del Northern Territory. Si scoprirà così il sapore del Tutto.

in collaborazione con: